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“Un attacco al giorno toglie il Berlusconi di torno”. E’ il commento di ieri del premier, al termine di una giornata dominata dalla consueta spazzatura mediatica. Di quella vera, a Napoli e dintorni, il capo del governo si era occupato con il vertice operativo ad Acerra.
Un attacco al giorno, dunque. Ma non è vero: non è vero che toglie Berlusconi di torno. Anzi: stavolta l’effetto boomerang per chi vorrebbe liquidare il governo e il suo capo con scandali inventati, anziché con la politica ed il consenso conquistati nelle urne, è più che mai dietro l’angolo. Le stesse versioni e teoremi sui giornali della sinistra, da Repubblica in giù, traballano. Il Pd sembra rendersene conto, nonostante il suo segretario, Bersani, chiede che “qualcuno stacchi la spina”. Ma perché non ci prova lui, rivolgendosi agli elettori? Forse non ne è capace. Massimo D’Alema chiede addirittura l’intervento della Chiesa: siamo a questo.
Rinfreschiamo un po’ le idee, sulla base di fatti, non di chiacchiere. Due anni e mezzo fa, a governo appena eletto, ci fu il cosiddetto scandalo “Raiset”. Intercettazioni illegali, risalenti addirittura all’anno prima, tra l’allora direttore di Rai Fiction Agostino Saccà e l’allora – all’epoca delle telefonate – leader dell’opposizione Berlusconi. “In quelle telefonate c’è di tutto!” tuona la sinistra, Repubblica in testa. Si va dalla “prova” di un patto tra Rai e Mediaset – RaiSet, appunto – ad un complotto politico-boccaccesco per far cadere il governo Prodi. Risultato: il governo Prodi è già caduto per proprio conto, Saccà viene prosciolto, l’inchiesta archiviata, delle intercettazioni che per mesi hanno girato indisturbate si ordina l’immediata distruzione. Quanto a Berlusconi, niente di niente né a livello giudiziario, né politico, né personale.
Eppure da quello che “traspariva” – cioè che non veniva detto perché non c’era – in quel paio di conversazioni si era tentato di montare uno scandalo per far cadere il governo appena eletto, nonché per esporre al pubblico ludibrio esponenti della maggioranza, compresi ministri e ministre. Operazione condotta con tanto di pubblico turpiloquio dagli studi Rai e dalle piazze in particolare da Marco Travaglio e da Sabina Guzzanti: molti ricordano i loro exploit.
Finito nel nulla questo presunto scandalo, si passa, l’anno dopo, alla vicenda di Noemi Letizia. Anche lì c’è di mezzo una minorenne, anche in quel caso Repubblica si inventa testimoni e storie fasulle: come “Gino l’operaio”, il sedicente fidanzato “buono”. Non ci vuole molto – bastano un paio di telefonate al casellario giudiziario – per scoprire che quelle testimonianze e quei testimoni sono tutt’altro che attendibili, alcuni addirittura retribuiti. Altra storia morta e sepolta. Immediatamente dopo la caccia alla volpe si sposta dai sobborghi di Napoli al centro di Bari. La vicenda D’Addario occupa un’altra estate, tra interviste, intercettazioni, microregistratori che entrano ed escono, comparsate nei soliti talk show. Che cosa resta di quella vicenda? Un’indagine – vera stavolta – per appalti nella sanità pugliese, che però coinvolgono la giunta di sinistra locale.
Tralasciamo le faccende minori – fotografi perennemente appostati in Sardegna, scatti che non rivelano assolutamente nulla offerti e spesso venduti a peso d’oro - e arriviamo al 2010. I problemi politici ovviamente non mancano: si è superata la crisi economica, ma gli strascichi si fanno sentire da noi come altrove. C’è una sorta di scissione nel Popolo della Libertà. Siamo però nella fisiologia politica: della crisi finanziaria abbiamo detto, è una questione mondiale. Quanto alle vicende di partito, basterebbe alzare un attimo lo sguardo all’opposizione per capire dove sono i veri problemi. Tre segretari nel giro di un anno e mezzo, sconfitte elettorali a ripetizione, scissioni e abbandoni.
In tutto questo “esplode” la vicenda della villa di Antigua. La lancia Report, una trasmissione del servizio pubblico, ma l’esplosione è meno di un petardo. La correttezza di Berlusconi è perfino dimostrata dalla procura di Milano, il premier deve però difendersi chiedendo i danni in sede civile. La settimana dopo Report passa ad attaccare Giulio Tremonti: non per la sue misure come ministro dell’Economia, s’intende, ma lanciando insinuazioni sulla sua attività da esperto di fisco.
Tra queste vicende, che dovevano avere a bersaglio le vicende private del premier e del governo, se ne insinua un’altra che ruota intorno alle “rivelazioni” di un mafioso – Gaspare Spatuzza, un pluriomicida condannato per i reati più abominevoli – e di un figlio di un boss – Massimo Ciancimino. Il teorema, rilanciato con una campagna tambureggiante in particolare da Anno Zero e da Repubblica, è, per dirla breve, che la nascita di Forza Italia negli anni Novanta sia stata favorita da un patto con la mafia per far cessare le stragi del ’92-’93.
Le testimonianze si riveleranno inattendibili, e ancora di più il tentativo di coinvolgere Silvio Berlusconi. Ultimo episodio, il clamoroso episodio del copia-incolla degli appunti di Ciancimino jr. Qualsiasi procura, qualsiasi giornale serio avrebbe a questo punto preso atto dell’inattendibilità interessata dei testi – il figlio di Vito Ciancimino deve tenere al sicuro il patrimonio lasciato dal padre – e dichiarato fasullo l’intero castello di carte. Al contrario, il fatto che a Massimo Ciancimino sia stato addebitato il concorso in associazione mafiosa farebbe di lui, secondo gli addetti al fango, una fonte ancora più autorevole.
Si arriva così alla vicenda di queste ore. Sulla quale perfino i fabbricanti di teoremi sembrano rendersi conto di pattinare sul ghiaccio.
Torniamo alla frase di partenza: “Un attacco al giorno toglie Berlusconi di torno”. Così hanno costantemente agito la sinistra ed i suoi strumenti d’informazione in questi due anni e mezzo. Operazioni tutte votate all’insuccesso. Come questa. Bersani dice: staccate la spina. E se la spina la staccassimo, una buona volta, a chi è capace solo di inventare scandali?