Comunicazioni di Servizio

COMUNICAZIONI di SERVIZIO:

Ricerca su Wikipedia:

In Evidenza:

INTERVENTO DELL'AVV. MCHELE MOCERI IN CONSIGLIO COMUNALE
(di: ............................)
****************************

sabato 30 ottobre 2010

Illusione a sinistra: "Un attacco al giorno toglie Berlusconi di torno"

*************************
“Un attacco al giorno toglie il Berlusconi di torno”. E’ il commento di ieri del premier, al termine di una giornata dominata dalla consueta spazzatura mediatica. Di quella vera, a Napoli e dintorni, il capo del governo si era occupato con il vertice operativo ad Acerra.
Un attacco al giorno, dunque. Ma non è vero: non è vero che toglie Berlusconi di torno. Anzi: stavolta l’effetto boomerang per chi vorrebbe liquidare il governo e il suo capo con scandali inventati, anziché con la politica ed il consenso conquistati nelle urne, è più che mai dietro l’angolo. Le stesse versioni e teoremi sui giornali della sinistra, da Repubblica in giù, traballano. Il Pd sembra rendersene conto, nonostante il suo segretario, Bersani, chiede che “qualcuno stacchi la spina”. Ma perché non ci prova lui, rivolgendosi agli elettori? Forse non ne è capace. Massimo D’Alema chiede addirittura l’intervento della Chiesa: siamo a questo.
Rinfreschiamo un po’ le idee, sulla base di fatti, non di chiacchiere. Due anni e mezzo fa, a governo appena eletto, ci fu il cosiddetto scandalo “Raiset”. Intercettazioni illegali, risalenti addirittura all’anno prima, tra l’allora direttore di Rai Fiction Agostino Saccà e l’allora – all’epoca delle telefonate – leader dell’opposizione Berlusconi. “In quelle telefonate c’è di tutto!” tuona la sinistra, Repubblica in testa. Si va dalla “prova” di un patto tra Rai e Mediaset – RaiSet, appunto – ad un complotto politico-boccaccesco per far cadere il governo Prodi. Risultato: il governo Prodi è già caduto per proprio conto, Saccà viene prosciolto, l’inchiesta archiviata, delle intercettazioni che per mesi hanno girato indisturbate si ordina l’immediata distruzione. Quanto a Berlusconi, niente di niente né a livello giudiziario, né politico, né personale.
Eppure da quello che “traspariva” – cioè che non veniva detto perché non c’era – in quel paio di conversazioni si era tentato di montare uno scandalo per far cadere il governo appena eletto, nonché per esporre al pubblico ludibrio esponenti della maggioranza, compresi ministri e ministre. Operazione condotta con tanto di pubblico turpiloquio dagli studi Rai e dalle piazze in particolare da Marco Travaglio e da Sabina Guzzanti: molti ricordano i loro exploit.
Finito nel nulla questo presunto scandalo, si passa, l’anno dopo, alla vicenda di Noemi Letizia. Anche lì c’è di mezzo una minorenne, anche in quel caso Repubblica si inventa testimoni e storie fasulle: come “Gino l’operaio”, il sedicente fidanzato “buono”. Non ci vuole molto – bastano un paio di telefonate al casellario giudiziario – per scoprire che quelle testimonianze e quei testimoni sono tutt’altro che attendibili, alcuni addirittura retribuiti. Altra storia morta e sepolta. Immediatamente dopo la caccia alla volpe si sposta dai sobborghi di Napoli al centro di Bari. La vicenda D’Addario occupa un’altra estate, tra interviste, intercettazioni, microregistratori che entrano ed escono, comparsate nei soliti talk show. Che cosa resta di quella vicenda? Un’indagine – vera stavolta – per appalti nella sanità pugliese, che però coinvolgono la giunta di sinistra locale.
Tralasciamo le faccende minori – fotografi perennemente appostati in Sardegna, scatti che non rivelano assolutamente nulla offerti e spesso venduti a peso d’oro - e arriviamo al 2010. I problemi politici ovviamente non mancano: si è superata la crisi economica, ma gli strascichi si fanno sentire da noi come altrove. C’è una sorta di scissione nel Popolo della Libertà. Siamo però nella fisiologia politica: della crisi finanziaria abbiamo detto, è una questione mondiale. Quanto alle vicende di partito, basterebbe alzare un attimo lo sguardo all’opposizione per capire dove sono i veri problemi. Tre segretari nel giro di un anno e mezzo, sconfitte elettorali a ripetizione, scissioni e abbandoni.
In tutto questo “esplode” la vicenda della villa di Antigua. La lancia Report, una trasmissione del servizio pubblico, ma l’esplosione è meno di un petardo. La correttezza di Berlusconi è perfino dimostrata dalla procura di Milano, il premier deve però difendersi chiedendo i danni in sede civile. La settimana dopo Report passa ad attaccare Giulio Tremonti: non per la sue misure come ministro dell’Economia, s’intende, ma lanciando insinuazioni sulla sua attività da esperto di fisco.
Tra queste vicende, che dovevano avere a bersaglio le vicende private del premier e del governo, se ne insinua un’altra che ruota intorno alle “rivelazioni” di un mafioso – Gaspare Spatuzza, un pluriomicida condannato per i reati più abominevoli – e di un figlio di un boss – Massimo Ciancimino. Il teorema, rilanciato con una campagna tambureggiante in particolare da Anno Zero e da Repubblica, è, per dirla breve, che la nascita di Forza Italia negli anni Novanta sia stata favorita da un patto con la mafia per far cessare le stragi del ’92-’93.
Le testimonianze si riveleranno inattendibili, e ancora di più il tentativo di coinvolgere Silvio Berlusconi. Ultimo episodio, il clamoroso episodio del copia-incolla degli appunti di Ciancimino jr. Qualsiasi procura, qualsiasi giornale serio avrebbe a questo punto preso atto dell’inattendibilità interessata dei testi – il figlio di Vito Ciancimino deve tenere al sicuro il patrimonio lasciato dal padre – e dichiarato fasullo l’intero castello di carte. Al contrario, il fatto che a Massimo Ciancimino sia stato addebitato il concorso in associazione mafiosa farebbe di lui, secondo gli addetti al fango, una fonte ancora più autorevole.
Si arriva così alla vicenda di queste ore. Sulla quale perfino i fabbricanti di teoremi sembrano rendersi conto di pattinare sul ghiaccio.
Torniamo alla frase di partenza: “Un attacco al giorno toglie Berlusconi di torno”. Così hanno costantemente agito la sinistra ed i suoi strumenti d’informazione in questi due anni e mezzo. Operazioni tutte votate all’insuccesso. Come questa. Bersani dice: staccate la spina. E se la spina la staccassimo, una buona volta, a chi è capace solo di inventare scandali?

venerdì 29 ottobre 2010

Mori, Ciancimino e i paradossi - // - Tizio, Caio e la Legge giusta

*************************
In questa Italia dove alcune Procure, e segnatamente alcuni magistrati, sembrano regnare e fare e disfare governi, alimentando veleni e infangando persone e vite, capita anche questo: gli eroi dell’antimafia vengono di colpo trasformati in criminali, asserviti agli stessi mascalzoni che per una vita hanno cercato di assicurare alle patrie galere.
I mafiosi, quelli veri, quelli che hanno sciolto bambini nell’acido, ucciso persone come fossero moscerini, trafficato in droga e armi, diventano di colpo i depositari della verità, della credibilità.
Ecco allora che il generale Mori, colui che ha catturato Totò Riina, e che per questo alcuni magistrati di Palermo hanno deciso di mettere sotto processo, si ritrova indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Lui, nemico dei mafiosi al punto da aver dedicato un’intera esistenza alla guerra contro le cosche, si ritrova indicato come possibile mafioso da quegli stessi magistrati che ha servito onestamente.
Paradosso dei paradossi, si ritrova indagato insieme con il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, con identica ipotesi d’accusa.
Ma le contestazioni fatte a Mori e Ciancimino hanno uno scopo opposto.
Il primo è realmente sospettato di intellighentia con Cosa nostra. Il secondo, invece, deve la nuova contestazione ad una perversa tattica processuale dei pubblici ministeri.
Poiché Massimo Ciancimino, per accusare lo Stato, e quindi anche Mori, di aver trattato con la mafia, ha dovuto per forza di cose autoaccusarsi di aver fatto da intermediario tra suo padre e il superlatitante Bernardo Provenzano, i pm hanno dovuto contestargli il concorso esterno e di favoreggiamento proprio nei confronti di quest’ultimo per dargli la patente di credibilità. In sostanza, dicono i magistrati: hai parlato di trattativa con pezzi dello Stato, l’hai fatto portando i pizzini a Provenzano, noi ti crediamo ma poiché hai commesso un reato te lo contestiamo. In questa maniera, gli inquirenti palermitani solo apparentemente vogliono colpire Massimo Ciancimino, ma in realtà cercano di usare la sua “credibilità” per mirare molto più in alto. E il generale Mori appare solo come un primo obiettivo, magari uno strumento per arrivare ad altro. Anche per questo, l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa contro questo servitore dello Stato appare ancor più inquietante.
*************************
*************************
La storia italiana degli ultimi sedici anni è caratterizzata da questa sorta di filo rosso, di minimo comune denominatore. Qualche giornale (o un solo giornale) scrive che il politico Tizio o Caio è indagato dalla Procura di….con l’ipotesi di reato A,B,C e via dicendo. Segue tam tam di tutti i media. Spesso la Procura competente, nelle parole di un Capo, smentisce l’indiscrezione, oppure si indigna per la fuga di notizie, compromettente all’esito delle indagini, apre un consueto fascicolo contro ignoti, stigmatizza l’accaduto, archivia il caso.
Dall’avviso di garanzia che avverte, appunto, l’indagato che sono in corso accertamenti investigativi, all’archiviazione o al rinvio a processo, possono passare anche alcuni anni. Nel frattempo Tizio o Caio sono triturati nella macelleria mediatica, spesso additati al pubblico ludibrio, guardati da una certa opinione pubblica influenzata dai giustizialisti a contratto permanente ed effettivo come reprobi già condannati dal tribunale del popolo, prima ancora che da quello vero e proprio. Quest’ultimo, anzi, nella maggior parte dei casi di Tizio e Caio in anni recenti, quasi sempre assolvono i malcapitati ( e un po’ sfigati) ex indagati.
Scorrere le rassegne stampa e riascoltare “Stampa e regime di Radio radicale” degli ultimi dieci anni, per constatare quanto sopra affermato. Ma, per fortuna, c’è sempre una virtuosa eccezione, un caso esemplare di corretto comportamento, istituzionale, giudiziario e mediatico, che ci fa dire con gioia: “Suvvia c’è speranza in questo nostro Paese!”. Finalmente un trattamento, a norma di legge, come è scritto nei codici, e come dovrebbe essere in un Paese civile, da parte di una Procura.
Ma chi saranno mai Tizio e Caio?

mercoledì 27 ottobre 2010

Sinistra di lotta? No, di latta - // - Sinistra di programmi? No, di nulla

*************************
In questi giorni al cinema si può assistere ad una singolare pubblicità: uomini e donne che si arrotolano le maniche finché compare Pier Luigi Bersani, anche lui in arrotolamento, che annuncia: “Sia chiara una cosa, noi non siamo un partito di opposizione. Siamo un partito di governo temporaneamente all’opposizione”. Insomma: un reality show. Con quel “temporaneamente” il Pd pensa di rilanciare se stesso e magari mettere una pezza alla mancanza di programmi e di leader che possano attuarli. Basta una spot.
Sognare non costa nulla e dunque si può anche capire che il Partito democratico si dichiari “di governo”, benché temporaneamente all’opposizione. Ma il reality prosegue con l’altra anima della sinistra, quella sempre più incarnata da Nichi Vendola. Stavolta niente spot, ma tribune congressuali in piena regola. Da Firenze il governatore della Puglia ha concluso la due giorni di Sinistra e Libertà intonando Bella Ciao e indicando come programma economico e politico la linea della Fiom.
Vale la pena di tornare sull’exploit di Vendola, per segnalarne la progressiva trasmutazione. Il presidente pugliese ha sempre avuto dalla sua un tratto umano non antipatico, né antipatizzante come altri capi della sinistra. Non è Di Pietro, ovviamente. Però lo sfidare i pregiudizi (alla vigilia del congresso) non può occultare la deriva politica alla quale il governatore della Puglia si sta sempre più abbandonando.
Da fondatore di una sinistra per così dire “moderna”, quella che avrebbe dovuto tener conto della tradizione socialista, verde e lasciar perdere le ruggini di Rifondazione e dintorni, oltre all’antiberlusconismo pregiudiziale, Vendola sembra decisamente tornare al punto di partenza, al richiamo della foresta. Insomma, all’unità di tutte le sinistre, vecchi arnesi rifondazionisti compresi, fino alle ali più estreme. Il richiamo alla Fiom è sotto questo aspetto indicativo.
Ancora di più quando nelle stesse ore giungono le parole di Sergio Marchionne, che saranno sì ruvide e scomode, ma meritano da parte della classe politica un approfondimento che vada un po’ al di là delle battute e degli slogan. Se non altro perché l’amministratore delegato della Fiat ha lui la facoltà di decisione su ventimila posti di lavoro, e sul destino di un intero e strategico settore industriale; non certo qualche politico della domenica. Neppure di area moderata.
Ma torniamo alla sinistra. Sempre nelle stesse ore, Massimo D’Alema ha a sua volta esibito un’altra delle sue numerosissime mutazioni genetiche e di linea, proponendo un governo che, senza passare alle elezioni (perché la sinistra perderebbe) “si occupasse della legge elettorale e di tutte le emergenze”. Con quale programma? Con quello della Fiom, con quello delle lacrime rimboccate? Mistero, D’Alema, tanto per cambiare, non lo dice. Anche lui si è calato nel reality show.
Andiamo avanti. Per Di Pietro, le parole di Marchionne “sono indegne e offensive”. E con questo l’ex pm in servizio permanente effettivo fa un altro passo avanti nella sua linea che non è più solo forcaiola, ma anche di difensore di tutte le battaglie economiche e sindacali più perdenti ed inverosimili. L’habitat naturale di Di Pietro ormai non è più il Parlamento, l’Europa, la politica di un paese occidentale: è Anno Zero. Bersani, srotolatosi le maniche, non lo segue  – è l’alleanza strategica con l’Idv? – ma non si tiene e la spara a caso: “A Marchionne dico che non siamo in Cina, siamo in Europa e non vogliamo diventare cinesi!”. Che cosa avrà voluto dire? Mistero, lo sa solo lui. Poi, tanto per non farsi mancare nulla, il segretario (temporaneamente) del primo partito di opposizione aggiunge: “Il governo intervenga”.
Più che invocare un intervento del governo - che comunque ha già in programma un incontro ad alto livello con Marchionne - Bersani dovrebbe intervenire lui sul suo partito. Per chiarire e chiarirsi un po’ le idee. Secondo Sergio Chiamparino, che è un sindaco del Pd, quelli della Fiat “sono dati incontestabili”. Mentre la corrente di Enrico Letta, che fino a prova contraria è il numero due di Bersani, invita “a non guardare il dito ma la luna”. Cioè alla questione della politica industriale in Italia, in un momento come questo non solo per la crisi ma per la competizione sempre più acuta dei paesi emergenti.
Questione che non riguarda solo l’Italia, ma la Francia, la Germania, gli Usa. Ecco: abbiamo scelto un solo terreno, benché di assoluta importanza come l’industria e il lavoro, ed il patchwork di dichiarazioni e di idee confuse e contraddittorie, di slogan un tanto al chilo, che sono venuti dall’opposizione basta e avanza. Come dice D’Alema, non c’è dubbio che l’industria sia “un’emergenza”, non solo italiana appunto ma europea. E come si muoverebbe la sinistra se in questo momento fosse al governo? Con la piattaforma della Fiom? Dichiarando guerra alla Cina? Promuovendo scioperi contro i vari Marchionne? Riarrotolandosi le maniche della camicia?
E’ solo un esempio, uno fra molti. Perché i problemi da affrontare sono parecchi – dalle infrastrutture come la Tav alla questione dei rifiuti, fino alle tasse e al lavoro – però la sinistra non ha un’idea che sia una, e quando ce l’ha, litiga con se stessa. Immaginiamo se, anziché “temporaneamente all’opposizione”, si trovasse al governo. Altro che la Fiat: avremmo gran parte dell’industria italiana in fuga dal Paese. E altro che Terzigno: avremmo città e regioni sommerse dai rifiuti, come ha brillantemente dimostrato il governo Prodi nella sua lungimirante risposta all’ “emergenza” (citiamo D’Alema) di Napoli. Per fortuna che un governo c’è, e non è il loro. E che all’opposizione ci stia la sinistra, e non “temporaneamente”.
Governare, lavorare, affrontare davvero le emergenze (non a chiacchiere come fa da anni D’Alema) costa fatica, e spesso il rischio dell’impopolarità. La sinistra resti nello show, è meglio per tutti, e anche per i Bersani, per i D’Alema, per i Vendola, per non dire i Di Pietro, che in quello show ci sta da anni.
*************************
*************************
Due sono gli incubi chiari ed evidenti di Pierluigi Bersani, che ha appena festeggiato il primo anniversario della sua ascesa alla segreteria del Partito democratico.
Il primo si chiama Nichi Vendola, che sconfisse in Puglia le truppe disciplinate di D’Alema e conquistò la nomination alla presidenza della Regione. Che poi l’abbia vinta per suoi meriti o perché il centrodestra restò spaccato, è altra questione. Conta chi vince. E poi Vendola attinge al Vangelo e a Pasolini, cosa che non è consentita a Bersani. Ma il segretario adesso ha una opportunità: candidare Piero Fassino a sindaco di Bologna dopo il ritiro forzato di Cevenini. Solo che a Fassino, che pure cerca un ruolo, il precedente di Cofferati non entusiasma affatto.
Il secondo incubo è quello “scavezzacollo” di Matteo Renzi, sindaco di Firenze, che ha lanciato una sfida non solo ai settantenni, ma anche ai cinquantenni e quasi sessantenni: rottamarli. La data simbolo è il 5 novembre, quando proprio a Firenze si riunirà una specie di convenzione dei “giovani” per mettere sotto accusa tutta una classe dirigente che va da D’Alema a Veltroni, dallo stesso Bersani alla Finocchiaro. La cosa non piace al segretario del Pd, ma forse è l’unica iniziativa in grado di fermare il ciclone Vendola, che per la verità è ancora più mediatico che politico se, stando all’ultimo sondaggio, il partito del presidente della Puglia è stazionario al 4,4% in termini di intenzioni di voto.
A questi due incubi, che si svolgono alla luce del sole, se ne affianca un terzo con il profilo di D’Alema, che dialoga con tutti e ha un solo obiettivo: formare un’alleanza – provvisoria come tutte quelle finora escogitate dall’ex presidente della Bicamerale – per abbattere il governo Berlusconi. Poiché D’Alema è il vero erede del tatticismo togliattiano, Bersani sa bene di essere candidato al sacrificio appena questo si renderà necessario per realizzare un progetto dalemiano.
A tutto questo, il segretario pro-tempore del Pd risponde con un “rimbocchiamoci le maniche”, tema dell’ultimo convegno cui ha partecipato, ma anche “logo” visivo prescelto. Nonostante l’autunno avanzi, Bersani si presenta in camicia e con la maniche rimboccate. Immagine operistica e da vecchia “Festa dell’Unità” che non convince più nemmeno gli iscritti alla Fiom, che si sentono più protetti da Vendola. Aspettando che qualche partito di centro o di destra venga a dare una mano al Pd.

martedì 26 ottobre 2010

Il ribaltone, che idea! - // - L'ammucchiata, che fallimento!

*************************
Qualcuno sta lavorando al ribaltone e sono gli stessi che parlano sempre meno del governo tecnico perché, finora, hanno temuto la reazione della piazza rispetto ad una manovra di palazzo che ha il sapore e le caratteristiche di un piccolo golpe! Dove sta il trucco? Nel preparare l’Italia e gli italiani anche quelli che hanno convintamente votato per noi, al “grande imbroglio” costruendo giorno dopo giorno una situazione di “emergenza nazionale” dove, ai fatti e alle misure del governo votato democraticamente, si contrappongono le bugie e le mistificazioni dell’opposizione.
Il concerto prevede, come e più di sempre, il concorso di giornali e tv e punta non tanto sulla forza numerica e sulla insufficiente credibilità dell’opposizione parlamentare, quanto sui sentimenti e sulla contrapposizione a Silvio Berlusconi, al sistema bipolare da lui perseguito e raggiunto, alle Riforme costruite (come il federalismo) per una Italia nuova e diversa.
Non si guarda più al governo che lavora e agli impegni che l’Europa ci impone, ma si trasforma tutto in emergenza: dai rifiuti della Campania agli strali di Marchionne sui costi della Fiat, dalle polemiche sul Lodo Alfano dove ognuno recita a soggetto, alla scoperta del Corriere della Sera che la Tav procede a rilento come il ponte sullo stretto senza dire per colpa di chi… E ancora: dai finti piagnistei sulle difficoltà a reperire fondi per l’Università e la ricerca agli strepiti assordanti per i mancati compensi ai Saviano e ai Benigni già pronti a demolire, in nome della Kultura, il mostro di Arcore.
Ma questa è soltanto la buccia, la superficie, le gocce di un veleno che s’inietta sera dopo sera nei telespettatori distratti dal delitto di Sarah e in realtà “drogati” dalla propaganda a senso unico e a reti unificate. Che ha – ecco il punto – produttori, registi ed attori riconoscibili, che battono la scena del solito Teatrino della politica e ripropongono guarda caso un copione vecchio di 15 anni, quello del 1995. Allora non ci fu un convegno ad Asolo e Buttiglione non rilasciò l’intervista che oggi riempie l’Unità aprendo al terzo polo e al salvifico governo di emergenza con dentro tutti tranne i vincitori delle elezioni! Nel ’95 ci fu un più modesto e pittoresco pranzo a Gallipoli con il “professore” di Casini e l’eterno post-comunista D’Alema, propedeutico al ribaltone che portò al governo Dini.
Quindici anni passati invano a leggere le cronache odierne che descrivono non ciò che è, ma ciò che vorrebbero tutti i ribaltonisti vecchi e nuovi, con la scusa di una nuova legge elettorale che seppellisca la maggioranza democratica e il bipolarismo, riportando indietro le lancette della storia.
Da più parti si è detto che non c’è più Scalfaro e che, per fortuna, la Lega di oggi ha acquisito una raffinatezza politica allora impensabile. Sarà vero ma tacere o fingere che nulla accade mentre si comincia ad attaccare Tremonti sulla rete pubblica e si punta ad indebolire il rapporto tra il Presidente del Consiglio e il miglior partito alleato diventa un errore se non una colpa. Le prove di autolesionismo e gli eccessi di mediazione e di pazienza pagano in politica solo quando si evita il martirio.
*************************
*************************
D'Alema in un'intervista a Il Sole 24 Ore ha sentenziato che il berlusconismo è stato un fallimento storico (un giorno bisognerà anche fare un bilancio del dalemismo, e allora ne vedremo delle belle), e che se fossimo in un Paese normale bisognerebbe "senza alcun dubbio guardare avanti e dar vita a un nuovo governo. Auspico un governo con la più ampia base parlamentare possibile. Un governo che avrebbe il compito di rifare la legge elettorale, ma anche di affrontare le più acute emergenze del paese con gli interventi necessari a uscire dalla crisi". A parte che in tutti i Paesi normali quando c'è una crisi politica della maggioranza si scioglie il Parlamento e si va alle elezioni, D'Alema in questo passo dell'intervista ha svelato quali sono le vere intenzioni dei cospiratori: non più e non solo un governo di due-tre mesi per cambiare la legge elettorale, ma addirittura un esecutivo che si ponga l'obiettivo di far uscire il Paese dalla crisi economica.
Un improponibile governo di legislatura, insomma, un governo degli sconfitti che sarebbe un autentico insulto alla democrazia. Ma questo è il pensiero dalemiano, che pensiamo non possa trovare sponde nel centrodestra, perché se così fosse si appaleserebbe un tradimento che trascinerebbe l'Italia nel baratro di un avventurismo irresponsabile. Anche perché il Pd sente l'odore del sangue e sembra sempre più tentato dalla scorciatoia giudiziaria per eliminare Berlusconi.
Non è certo un caso se il segretario del Pd Bersani ieri ha invitato il premier a ritirare il Lodo Alfano, il processo breve e il legittimo impedimento, per consegnarlo alla magistratura politicizzata, aggiungendo beffardamente che questo gesto "storico" introdurrebbe un elemento di rasserenamento, "anche se non di pacificazione" nella politica italiana. Già, perché l'unica pacificazione possibile per la sinistra italiana si concretizzerebbe con la scomparsa politica di Berlusconi. Cosa che gli italiani non vogliono, e finché la sovranità resterà in mano al popolo questo desiderio non sarà dunque esaudito.
Ma per avere un'idea di cosa capiterebbe all'Italia se la sinistra prendesse in qualche modo il potere, basta dare uno sguardo al congresso di Sinistra e Libertà che si è concluso ieri a Firenze, dove Vendola ha intonato "Bella ciao", ha evocato il credo marxista e la fine del capitalismo e ha posto come base della sua piattaforma di governo la protesta in piazza della Fiom.
Vendola ha detto che bisogna interloquire con tutti, comprese le partite Iva e il centro, senza barricarsi nella logica dei veti e delle interdizioni, ma tornando anche a parlare con Ferrero e Diliberto, ossia gli ultimi epigoni del vetero-marxismo. La solita ammucchiata antiberlusconiana senza senso e senza futuro.

sabato 23 ottobre 2010

Europa: traballano le leadership. In Italia Berlusconi è bene in sella

*************************

Parigi brucia, Londra varerà due portaerei senza aerei e Berlino, che pure sta abbastanza bene, si ribella alla cancelliera colpevole di eccessiva bontà nei confronti di Parigi. Noi abbiamo i ribelli di Terzigno per via di una discarica, e non è certo un bel vedere. Ma l’Italia tiene, il suo governo è saldo (e se si rivotasse ora, vincerebbe di nuovo Silvio Berlusconi), ed i sacrifici imposti al Paese dalla crisi finanziaria non sono lontanamente paragonabili a quelli della Francia, dell’Inghilterra, della Germania. Per non parlare di Spagna e Grecia, o Irlanda.
Se guardiamo fuori Europa, il 2 novembre Barack Obama rischia seriamente di perdere la maggioranza al Congresso nelle elezioni di metà mandato. Due anni fa era considerato la speranza del mondo ed il risanatore anche morale di un’America che aveva generato la crisi finanziaria e ogni sorta di porcherie di Wall Street. Oggi viene accusato di non avere una strategia né sulla crisi né sulla politica estera, a cominciare dall’Afghanistan. I suoi ministri e consiglieri economici, infatti, cambiano a ritmi appena superiori dei suoi generali. Adesso per salvare Barack deve scendere in campo Michelle. Ma i democratici rimpiangono Hillary Clinton, ed i repubblicani sono sempre più attratti dal movimento antitasse del Tea Party.
Torniamo all’Europa.
In Inghilterra la manovra messa in campo dal governo conservatore-liberale di James Cameron ammonta a 94 miliardi di euro in quattro anni. I tagli toccheranno tutta la vita pubblica, dalle pensioni alla difesa, e produrranno – per dichiarazioni dello stesso governo – oltre 500 mila disoccupati tra i soli dipendenti dello Stato. Gli inglesi dovranno tirare la cinghia come ai tempi di Churchill (solo che allora c’era la guerra), o come negli anni Cinquanta. Si arriva al paradosso di confermare il varo di due portaerei, ma senza aerei, ed una si cercherà di venderla appena possibile. Se fosse accaduto da noi avremmo avuto chissà quale scandalo.
In Francia le città sono invase da manifestanti che incendiano le auto, bloccano i depositi di carburante, picchettano aeroporti e stazioni. Qui, oltre che contro i tagli di bilancio (non ancora del tutto quantificati, ma circa doppi rispetto ai 24 miliardi dell’Italia) si protesta contro la riforma delle pensioni, che innalza da 60 a 62 anni l’età per andare a casa. Questa riforma l’Italia l’ha già fatta, agganciando l’età di pensionamento alla durata della vita e parificando uomini e donne nel pubblico impiego, e non c’è stata alcuna rivolta. Oggi, sotto questo governo, abbiamo il sistema previdenziale più stabile d’Europa. In Francia, da un recente sondaggio risulta che il 71 per cento della popolazione, in ogni fascia sociale, è a favore di scioperi e manifestazioni.
Perfino i tedeschi contestano la Merkel, rea di concedere troppo ai suoi partner europei. La Germania ha i conti più in ordine e soprattutto l’economia più forte d’Europa, un surplus commerciale invidiabile, ma il malessere sociale e politico dilaga. Il suo banchiere centrale, Axel Weber, che è anche candidato alla presidenza della Bce, attacca senza peli sulla lingua la cancelleria. Alla base di tutto ci sono le misure di austerità ma anche gli aiuti ai Paesi europei a rischio, Grecia in testa. I tedeschi insomma sembrano chiudersi nella loro torre, nel loro isolamento e nella loro forza, e rimpiangono i tempi del marco. Non accettano più gli immigrati e la Merkel ha dovuto sconfessare il modello multietnico che pure ha fatto comodo alle aziende di Stoccarda e Wolfsburg: anche in questo caso, se fatti del genere avessero riguardato il nostro governo avremmo in campo la sinistra, la Chiesa, l’Ue e l’Onu (che però a Berlino non dicono nulla).
In Spagna, Zapatero continua a cambiare ministri e ministre. Il rimpasto dell’altro ieri segue quello di alcuni mesi fa. Nel solo 2011 dovrà inoltre tagliare le spese dei ministeri del 15 per cento – a proposito di “tagli lineari” alla Tremonti – e ridurre il disavanzo di oltre tre punti di Pil. Cioè di oltre 30 miliardi di euro in un anno. Con tutto ciò, a fine 2011 Madrid sarà ancora alle prese con un deficit del 6 per cento, e dunque i sacrifici si protrarranno per tutto il 2012 e 2013.
Questo panorama ci dà la misura sia della complessità della crisi europea e mondiale, sia della gravità della situazione in cui si trovano, a paragone con l’Italia, Paesi che fino a ieri – e talvolta dai più distratti perfino oggi – vengono citati a modello. Ma perché tutto ciò è accaduto? Il dato più evidente è che negli anni pre-crisi i modelli economici di molti di questi Paesi hanno puntato tutto sulla finanza. In particolare negli Usa, in Spagna, in Inghilterra. E dopo, quando la crisi è esplosa, i soldi dei contribuenti sono stati gettati a piene mani nei bilanci bancari: e questo si è verificato anche in Francia e Germania. Da qui, in sostanza, la ribellione sociale.
Tutto ciò ha sfiorato, ma non ha toccato l’Italia. I tagli del governo, che pure ci sono stati, non hanno compensato salvataggi bancari. Le pensioni e le retribuzioni sono rimaste intatte. Si sono tagliate spese non più sostenibili, ma si sono anche impostate riforme nel segno dello sviluppo, dalla scuola al fisco.
Il risultato è che traballano le leadership di Obama, Zapatero, Sarkozy, perfino della Merkel. Gordon Brown, in Inghilterra, ci ha da poco rimesso il governo, e Cameron ha addosso i fucili spianati dell’opinione pubblica. Qui in Italia non traballa affatto la leadership di Berlusconi, né del governo. Il Paese regge, e mai come ora questo concetto appare importante guardando oltre confine.

Benvenuti sul blog del PdL di Monsummano Terme (PT)

*************************
Stiamo lavorando per renderlo pienamente funzionante

Grazie per visitarci


Michele Moceri
Coordinatore