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venerdì 29 ottobre 2010

Mori, Ciancimino e i paradossi - // - Tizio, Caio e la Legge giusta

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In questa Italia dove alcune Procure, e segnatamente alcuni magistrati, sembrano regnare e fare e disfare governi, alimentando veleni e infangando persone e vite, capita anche questo: gli eroi dell’antimafia vengono di colpo trasformati in criminali, asserviti agli stessi mascalzoni che per una vita hanno cercato di assicurare alle patrie galere.
I mafiosi, quelli veri, quelli che hanno sciolto bambini nell’acido, ucciso persone come fossero moscerini, trafficato in droga e armi, diventano di colpo i depositari della verità, della credibilità.
Ecco allora che il generale Mori, colui che ha catturato Totò Riina, e che per questo alcuni magistrati di Palermo hanno deciso di mettere sotto processo, si ritrova indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Lui, nemico dei mafiosi al punto da aver dedicato un’intera esistenza alla guerra contro le cosche, si ritrova indicato come possibile mafioso da quegli stessi magistrati che ha servito onestamente.
Paradosso dei paradossi, si ritrova indagato insieme con il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, con identica ipotesi d’accusa.
Ma le contestazioni fatte a Mori e Ciancimino hanno uno scopo opposto.
Il primo è realmente sospettato di intellighentia con Cosa nostra. Il secondo, invece, deve la nuova contestazione ad una perversa tattica processuale dei pubblici ministeri.
Poiché Massimo Ciancimino, per accusare lo Stato, e quindi anche Mori, di aver trattato con la mafia, ha dovuto per forza di cose autoaccusarsi di aver fatto da intermediario tra suo padre e il superlatitante Bernardo Provenzano, i pm hanno dovuto contestargli il concorso esterno e di favoreggiamento proprio nei confronti di quest’ultimo per dargli la patente di credibilità. In sostanza, dicono i magistrati: hai parlato di trattativa con pezzi dello Stato, l’hai fatto portando i pizzini a Provenzano, noi ti crediamo ma poiché hai commesso un reato te lo contestiamo. In questa maniera, gli inquirenti palermitani solo apparentemente vogliono colpire Massimo Ciancimino, ma in realtà cercano di usare la sua “credibilità” per mirare molto più in alto. E il generale Mori appare solo come un primo obiettivo, magari uno strumento per arrivare ad altro. Anche per questo, l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa contro questo servitore dello Stato appare ancor più inquietante.
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La storia italiana degli ultimi sedici anni è caratterizzata da questa sorta di filo rosso, di minimo comune denominatore. Qualche giornale (o un solo giornale) scrive che il politico Tizio o Caio è indagato dalla Procura di….con l’ipotesi di reato A,B,C e via dicendo. Segue tam tam di tutti i media. Spesso la Procura competente, nelle parole di un Capo, smentisce l’indiscrezione, oppure si indigna per la fuga di notizie, compromettente all’esito delle indagini, apre un consueto fascicolo contro ignoti, stigmatizza l’accaduto, archivia il caso.
Dall’avviso di garanzia che avverte, appunto, l’indagato che sono in corso accertamenti investigativi, all’archiviazione o al rinvio a processo, possono passare anche alcuni anni. Nel frattempo Tizio o Caio sono triturati nella macelleria mediatica, spesso additati al pubblico ludibrio, guardati da una certa opinione pubblica influenzata dai giustizialisti a contratto permanente ed effettivo come reprobi già condannati dal tribunale del popolo, prima ancora che da quello vero e proprio. Quest’ultimo, anzi, nella maggior parte dei casi di Tizio e Caio in anni recenti, quasi sempre assolvono i malcapitati ( e un po’ sfigati) ex indagati.
Scorrere le rassegne stampa e riascoltare “Stampa e regime di Radio radicale” degli ultimi dieci anni, per constatare quanto sopra affermato. Ma, per fortuna, c’è sempre una virtuosa eccezione, un caso esemplare di corretto comportamento, istituzionale, giudiziario e mediatico, che ci fa dire con gioia: “Suvvia c’è speranza in questo nostro Paese!”. Finalmente un trattamento, a norma di legge, come è scritto nei codici, e come dovrebbe essere in un Paese civile, da parte di una Procura.
Ma chi saranno mai Tizio e Caio?

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