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Qualcuno sta lavorando al ribaltone e sono gli stessi che parlano sempre meno del governo tecnico perché, finora, hanno temuto la reazione della piazza rispetto ad una manovra di palazzo che ha il sapore e le caratteristiche di un piccolo golpe! Dove sta il trucco? Nel preparare l’Italia e gli italiani anche quelli che hanno convintamente votato per noi, al “grande imbroglio” costruendo giorno dopo giorno una situazione di “emergenza nazionale” dove, ai fatti e alle misure del governo votato democraticamente, si contrappongono le bugie e le mistificazioni dell’opposizione.
Il concerto prevede, come e più di sempre, il concorso di giornali e tv e punta non tanto sulla forza numerica e sulla insufficiente credibilità dell’opposizione parlamentare, quanto sui sentimenti e sulla contrapposizione a Silvio Berlusconi, al sistema bipolare da lui perseguito e raggiunto, alle Riforme costruite (come il federalismo) per una Italia nuova e diversa.
Non si guarda più al governo che lavora e agli impegni che l’Europa ci impone, ma si trasforma tutto in emergenza: dai rifiuti della Campania agli strali di Marchionne sui costi della Fiat, dalle polemiche sul Lodo Alfano dove ognuno recita a soggetto, alla scoperta del Corriere della Sera che la Tav procede a rilento come il ponte sullo stretto senza dire per colpa di chi… E ancora: dai finti piagnistei sulle difficoltà a reperire fondi per l’Università e la ricerca agli strepiti assordanti per i mancati compensi ai Saviano e ai Benigni già pronti a demolire, in nome della Kultura, il mostro di Arcore.
Ma questa è soltanto la buccia, la superficie, le gocce di un veleno che s’inietta sera dopo sera nei telespettatori distratti dal delitto di Sarah e in realtà “drogati” dalla propaganda a senso unico e a reti unificate. Che ha – ecco il punto – produttori, registi ed attori riconoscibili, che battono la scena del solito Teatrino della politica e ripropongono guarda caso un copione vecchio di 15 anni, quello del 1995. Allora non ci fu un convegno ad Asolo e Buttiglione non rilasciò l’intervista che oggi riempie l’Unità aprendo al terzo polo e al salvifico governo di emergenza con dentro tutti tranne i vincitori delle elezioni! Nel ’95 ci fu un più modesto e pittoresco pranzo a Gallipoli con il “professore” di Casini e l’eterno post-comunista D’Alema, propedeutico al ribaltone che portò al governo Dini.
Quindici anni passati invano a leggere le cronache odierne che descrivono non ciò che è, ma ciò che vorrebbero tutti i ribaltonisti vecchi e nuovi, con la scusa di una nuova legge elettorale che seppellisca la maggioranza democratica e il bipolarismo, riportando indietro le lancette della storia.
Da più parti si è detto che non c’è più Scalfaro e che, per fortuna, la Lega di oggi ha acquisito una raffinatezza politica allora impensabile. Sarà vero ma tacere o fingere che nulla accade mentre si comincia ad attaccare Tremonti sulla rete pubblica e si punta ad indebolire il rapporto tra il Presidente del Consiglio e il miglior partito alleato diventa un errore se non una colpa. Le prove di autolesionismo e gli eccessi di mediazione e di pazienza pagano in politica solo quando si evita il martirio.
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D'Alema in un'intervista a Il Sole 24 Ore ha sentenziato che il berlusconismo è stato un fallimento storico (un giorno bisognerà anche fare un bilancio del dalemismo, e allora ne vedremo delle belle), e che se fossimo in un Paese normale bisognerebbe "senza alcun dubbio guardare avanti e dar vita a un nuovo governo. Auspico un governo con la più ampia base parlamentare possibile. Un governo che avrebbe il compito di rifare la legge elettorale, ma anche di affrontare le più acute emergenze del paese con gli interventi necessari a uscire dalla crisi". A parte che in tutti i Paesi normali quando c'è una crisi politica della maggioranza si scioglie il Parlamento e si va alle elezioni, D'Alema in questo passo dell'intervista ha svelato quali sono le vere intenzioni dei cospiratori: non più e non solo un governo di due-tre mesi per cambiare la legge elettorale, ma addirittura un esecutivo che si ponga l'obiettivo di far uscire il Paese dalla crisi economica.
Un improponibile governo di legislatura, insomma, un governo degli sconfitti che sarebbe un autentico insulto alla democrazia. Ma questo è il pensiero dalemiano, che pensiamo non possa trovare sponde nel centrodestra, perché se così fosse si appaleserebbe un tradimento che trascinerebbe l'Italia nel baratro di un avventurismo irresponsabile. Anche perché il Pd sente l'odore del sangue e sembra sempre più tentato dalla scorciatoia giudiziaria per eliminare Berlusconi.
Non è certo un caso se il segretario del Pd Bersani ieri ha invitato il premier a ritirare il Lodo Alfano, il processo breve e il legittimo impedimento, per consegnarlo alla magistratura politicizzata, aggiungendo beffardamente che questo gesto "storico" introdurrebbe un elemento di rasserenamento, "anche se non di pacificazione" nella politica italiana. Già, perché l'unica pacificazione possibile per la sinistra italiana si concretizzerebbe con la scomparsa politica di Berlusconi. Cosa che gli italiani non vogliono, e finché la sovranità resterà in mano al popolo questo desiderio non sarà dunque esaudito.
Ma per avere un'idea di cosa capiterebbe all'Italia se la sinistra prendesse in qualche modo il potere, basta dare uno sguardo al congresso di Sinistra e Libertà che si è concluso ieri a Firenze, dove Vendola ha intonato "Bella ciao", ha evocato il credo marxista e la fine del capitalismo e ha posto come base della sua piattaforma di governo la protesta in piazza della Fiom.
Vendola ha detto che bisogna interloquire con tutti, comprese le partite Iva e il centro, senza barricarsi nella logica dei veti e delle interdizioni, ma tornando anche a parlare con Ferrero e Diliberto, ossia gli ultimi epigoni del vetero-marxismo. La solita ammucchiata antiberlusconiana senza senso e senza futuro.
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