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In questi giorni al cinema si può assistere ad una singolare pubblicità: uomini e donne che si arrotolano le maniche finché compare Pier Luigi Bersani, anche lui in arrotolamento, che annuncia: “Sia chiara una cosa, noi non siamo un partito di opposizione. Siamo un partito di governo temporaneamente all’opposizione”. Insomma: un reality show. Con quel “temporaneamente” il Pd pensa di rilanciare se stesso e magari mettere una pezza alla mancanza di programmi e di leader che possano attuarli. Basta una spot.
Sognare non costa nulla e dunque si può anche capire che il Partito democratico si dichiari “di governo”, benché temporaneamente all’opposizione. Ma il reality prosegue con l’altra anima della sinistra, quella sempre più incarnata da Nichi Vendola. Stavolta niente spot, ma tribune congressuali in piena regola. Da Firenze il governatore della Puglia ha concluso la due giorni di Sinistra e Libertà intonando Bella Ciao e indicando come programma economico e politico la linea della Fiom.
Vale la pena di tornare sull’exploit di Vendola, per segnalarne la progressiva trasmutazione. Il presidente pugliese ha sempre avuto dalla sua un tratto umano non antipatico, né antipatizzante come altri capi della sinistra. Non è Di Pietro, ovviamente. Però lo sfidare i pregiudizi (alla vigilia del congresso) non può occultare la deriva politica alla quale il governatore della Puglia si sta sempre più abbandonando.
Da fondatore di una sinistra per così dire “moderna”, quella che avrebbe dovuto tener conto della tradizione socialista, verde e lasciar perdere le ruggini di Rifondazione e dintorni, oltre all’antiberlusconismo pregiudiziale, Vendola sembra decisamente tornare al punto di partenza, al richiamo della foresta. Insomma, all’unità di tutte le sinistre, vecchi arnesi rifondazionisti compresi, fino alle ali più estreme. Il richiamo alla Fiom è sotto questo aspetto indicativo.
Ancora di più quando nelle stesse ore giungono le parole di Sergio Marchionne, che saranno sì ruvide e scomode, ma meritano da parte della classe politica un approfondimento che vada un po’ al di là delle battute e degli slogan. Se non altro perché l’amministratore delegato della Fiat ha lui la facoltà di decisione su ventimila posti di lavoro, e sul destino di un intero e strategico settore industriale; non certo qualche politico della domenica. Neppure di area moderata.
Ma torniamo alla sinistra. Sempre nelle stesse ore, Massimo D’Alema ha a sua volta esibito un’altra delle sue numerosissime mutazioni genetiche e di linea, proponendo un governo che, senza passare alle elezioni (perché la sinistra perderebbe) “si occupasse della legge elettorale e di tutte le emergenze”. Con quale programma? Con quello della Fiom, con quello delle lacrime rimboccate? Mistero, D’Alema, tanto per cambiare, non lo dice. Anche lui si è calato nel reality show.
Andiamo avanti. Per Di Pietro, le parole di Marchionne “sono indegne e offensive”. E con questo l’ex pm in servizio permanente effettivo fa un altro passo avanti nella sua linea che non è più solo forcaiola, ma anche di difensore di tutte le battaglie economiche e sindacali più perdenti ed inverosimili. L’habitat naturale di Di Pietro ormai non è più il Parlamento, l’Europa, la politica di un paese occidentale: è Anno Zero. Bersani, srotolatosi le maniche, non lo segue – è l’alleanza strategica con l’Idv? – ma non si tiene e la spara a caso: “A Marchionne dico che non siamo in Cina, siamo in Europa e non vogliamo diventare cinesi!”. Che cosa avrà voluto dire? Mistero, lo sa solo lui. Poi, tanto per non farsi mancare nulla, il segretario (temporaneamente) del primo partito di opposizione aggiunge: “Il governo intervenga”.
Più che invocare un intervento del governo - che comunque ha già in programma un incontro ad alto livello con Marchionne - Bersani dovrebbe intervenire lui sul suo partito. Per chiarire e chiarirsi un po’ le idee. Secondo Sergio Chiamparino, che è un sindaco del Pd, quelli della Fiat “sono dati incontestabili”. Mentre la corrente di Enrico Letta, che fino a prova contraria è il numero due di Bersani, invita “a non guardare il dito ma la luna”. Cioè alla questione della politica industriale in Italia, in un momento come questo non solo per la crisi ma per la competizione sempre più acuta dei paesi emergenti.
Questione che non riguarda solo l’Italia, ma la Francia, la Germania, gli Usa. Ecco: abbiamo scelto un solo terreno, benché di assoluta importanza come l’industria e il lavoro, ed il patchwork di dichiarazioni e di idee confuse e contraddittorie, di slogan un tanto al chilo, che sono venuti dall’opposizione basta e avanza. Come dice D’Alema, non c’è dubbio che l’industria sia “un’emergenza”, non solo italiana appunto ma europea. E come si muoverebbe la sinistra se in questo momento fosse al governo? Con la piattaforma della Fiom? Dichiarando guerra alla Cina? Promuovendo scioperi contro i vari Marchionne? Riarrotolandosi le maniche della camicia?
E’ solo un esempio, uno fra molti. Perché i problemi da affrontare sono parecchi – dalle infrastrutture come la Tav alla questione dei rifiuti, fino alle tasse e al lavoro – però la sinistra non ha un’idea che sia una, e quando ce l’ha, litiga con se stessa. Immaginiamo se, anziché “temporaneamente all’opposizione”, si trovasse al governo. Altro che la Fiat: avremmo gran parte dell’industria italiana in fuga dal Paese. E altro che Terzigno: avremmo città e regioni sommerse dai rifiuti, come ha brillantemente dimostrato il governo Prodi nella sua lungimirante risposta all’ “emergenza” (citiamo D’Alema) di Napoli. Per fortuna che un governo c’è, e non è il loro. E che all’opposizione ci stia la sinistra, e non “temporaneamente”.
Governare, lavorare, affrontare davvero le emergenze (non a chiacchiere come fa da anni D’Alema) costa fatica, e spesso il rischio dell’impopolarità. La sinistra resti nello show, è meglio per tutti, e anche per i Bersani, per i D’Alema, per i Vendola, per non dire i Di Pietro, che in quello show ci sta da anni.
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Due sono gli incubi chiari ed evidenti di Pierluigi Bersani, che ha appena festeggiato il primo anniversario della sua ascesa alla segreteria del Partito democratico.
Due sono gli incubi chiari ed evidenti di Pierluigi Bersani, che ha appena festeggiato il primo anniversario della sua ascesa alla segreteria del Partito democratico.
Il primo si chiama Nichi Vendola, che sconfisse in Puglia le truppe disciplinate di D’Alema e conquistò la nomination alla presidenza della Regione. Che poi l’abbia vinta per suoi meriti o perché il centrodestra restò spaccato, è altra questione. Conta chi vince. E poi Vendola attinge al Vangelo e a Pasolini, cosa che non è consentita a Bersani. Ma il segretario adesso ha una opportunità: candidare Piero Fassino a sindaco di Bologna dopo il ritiro forzato di Cevenini. Solo che a Fassino, che pure cerca un ruolo, il precedente di Cofferati non entusiasma affatto.
Il secondo incubo è quello “scavezzacollo” di Matteo Renzi, sindaco di Firenze, che ha lanciato una sfida non solo ai settantenni, ma anche ai cinquantenni e quasi sessantenni: rottamarli. La data simbolo è il 5 novembre, quando proprio a Firenze si riunirà una specie di convenzione dei “giovani” per mettere sotto accusa tutta una classe dirigente che va da D’Alema a Veltroni, dallo stesso Bersani alla Finocchiaro. La cosa non piace al segretario del Pd, ma forse è l’unica iniziativa in grado di fermare il ciclone Vendola, che per la verità è ancora più mediatico che politico se, stando all’ultimo sondaggio, il partito del presidente della Puglia è stazionario al 4,4% in termini di intenzioni di voto.
A questi due incubi, che si svolgono alla luce del sole, se ne affianca un terzo con il profilo di D’Alema, che dialoga con tutti e ha un solo obiettivo: formare un’alleanza – provvisoria come tutte quelle finora escogitate dall’ex presidente della Bicamerale – per abbattere il governo Berlusconi. Poiché D’Alema è il vero erede del tatticismo togliattiano, Bersani sa bene di essere candidato al sacrificio appena questo si renderà necessario per realizzare un progetto dalemiano.
A tutto questo, il segretario pro-tempore del Pd risponde con un “rimbocchiamoci le maniche”, tema dell’ultimo convegno cui ha partecipato, ma anche “logo” visivo prescelto. Nonostante l’autunno avanzi, Bersani si presenta in camicia e con la maniche rimboccate. Immagine operistica e da vecchia “Festa dell’Unità” che non convince più nemmeno gli iscritti alla Fiom, che si sentono più protetti da Vendola. Aspettando che qualche partito di centro o di destra venga a dare una mano al Pd.
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