Comunicazioni di Servizio

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INTERVENTO DELL'AVV. MCHELE MOCERI IN CONSIGLIO COMUNALE
(di: ............................)
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giovedì 9 dicembre 2010

Commento di Francesco Bardelli sul peniero di Gianfranco Fini

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L'ultima di Fini.
"Berlusconi pensa solo a sè". Ecco l'ultima perla di Gianfranco Fini, maestro di coerenza, di lealtà e di onestà intellettuale. A parte il fatto che non passa giorno in cui il leader di "Futuro e libertà" non attacchi la maggioranza di governo con cui ha vinto le elezioni due anni fa e grazie alla quale è diventato Presidente della Camera, ma l'ultima sua dichiarazione alla stampa ha del grottesco. Adesso accusa il Premier di pensare solo a sè, ma nei precedenti sedici anni in cui è stato suo alleato, era Berlusconi ad essere diverso o era lui che non aveva capito con chi stava? A me sembra che il Presidente Berlusconi non sia cambiato, ha la stessa mentalità imprenditoriale di quando ha cominiciato a fare politica. Ed avere una mentalità imprenditoriale significa pensare al risultato, a ciò che l'azienda produce, al prodotto, su cui si basa la vita dell'azienda stessa, perchè se non è un buon prodotto, l'azienda non lo vende e non sopravvive. In definitiva significa pensare ai fatti più che alle parole. Fini al contrario è sempre stato un professionista della politica, uno che ha sempre parlato, ma che non ha mai prodotto nulla, uno che è abituato alle tribune politiche, ma che non ha mai lavorato in vita sua. Come i suoi attuali compagni: Casini e Rutelli gente buona per le telecamere e per i microfoni, ma non per il mondo del lavoro. Fini, Rutelli e Casini, un'allegra brigata senza un perchè e senza una linea, ma con l'unico collante dell'antiberlusconismo, come la sinistra. Berlusconi, che per sua stessa ammissione non è un santo, nè un uomo perfetto, ma almeno è uno che ha sempre lavorato in vita sua, ha costruito dal nulla un impero economico e dà lavoro ad oltre 50.000 persone nelle sue aziende. Oltre a tutti i risultati che ha prodotto il suo governo in questi due anni difficili e che solo la sinistra (e adesso Fini) si ostina a non voler vedere. Se questo significa pensare solo a sè, allora preferisco una persona così, piuttosto di una che non pensa più neanche a se stessa, ma solo al suo cognato.

Francesco Bardelli

domenica 28 novembre 2010

Università, Una protesta assurda solo per politicanti

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Trovate grottesche. Mercoledì, tutti hanno visto l’immagine di Pierluigi Bersani, segretario del Partito democratico, che, sigaro in bocca, s’inerpica sul tetto della facoltà di Architettura (mitica facoltà rossa degli anni ’70). Lo stesso ha fatto Antonio di Pietro. Che hanno battuto Nichi Vendola, il quale solo il giorno dopo, in compagnia del cantautore Antonello Venditti, è salito sul mitico tetto. È evidente il tentativo dell’opposizione di sinistra di aggrapparsi a qualsiasi argomento pur di screditare il Governo, e ovviamente senza uno straccio di proposta alternativa.
Lo scontro è tra innovazione, meglio tardi che mai, e conservazione, sempre in agguato. Perché la riforma del ministro Gelmini dice basta con i rettori a vita, con i professori stabilizzati che, conquistata la cattedra, fanno assai poco per progredire sul piano dello studio e della ricerca, e dice basta ai ricercatori a vita che non dimostrano di sapere fare passi avanti in campo scientifico. È vero che la riforma è contro i baroni ed è comprensibile che tutti i mediocri, più qualche elemento alla ricerca di pubblicità, si alleino per boicottarla, arrivando a strumentalizzare le prime vittime di questo sistema anchilosato: gli studenti. Gioco facile perché questi sono più pronti a scioperare e manifestare che a studiare.
Ma l’Università è la punta emersa della piramide del sistema formativo e d’istruzione italiana, che parte dalle scuole elementari e risale per le medie inferiori e superiori fino ad arrivare agli atenei. La Gelmini ha investito tutto il sistema, e ha fatto bene. Era tempo che si mettesse mano a un comparto che era diventato uno stipendificio (per il corpo docente e non docente) e un diplomificio (per il corpo discente); sullo sfondo sette-otto milioni di famiglie che hanno i figli nelle scuole di ogni ordine e grado e vedono solo il dopo-scuola, cioè il lavoro che assicura un reddito. A queste vanno bene i professori che ci sono e come sono, purché promuovano. Anche se, nei confronti internazionali, i nostri studenti – fatte le debite eccezioni individuali – non conquistano i primi posti.
È certamente necessario spiegare a fondo questa riforma che va a vantaggio degli studenti, della ricerca scientifica, delle famiglie e delle imprese. Altrimenti tutti i “nemici”, interessati a difendere i propri limitati spazi di parcheggio privilegiati, riescono a mobilitare gli ingenui – gli studenti e parte dei loro familiari – con l’irresponsabile complicità dell’opposizione che è capace anche di votare contro quello che aveva proposto ed era stato accettato nel testo della riforma pur di creare difficoltà al Governo.
Ieri La Repubblica titolava a tutta pagina “La rivolta delle Università”. E oggi, facendo il resoconto delle imprese di quel mix di studenti e centri operai, è certa: “Gli studenti fermano la riforma”. In realtà, se la Gelmini fosse costretta a ritirare la riforma perché stravolta nei suoi punti essenziali, gli “studenti” sarebbero riusciti a fermare il Paese.
Ma come stanno invece le cose (quasi tutte) è detto in una breve e sacrificata intervista su la Repubblica di ieri. Parla Enrico Decleva, presidente del Crui – Conferenza dei rettori delle università italiane: “Mi auguro che la riforma Gelmini arrivi presto in porto” dice subito, in apertura. E aggiunge: “Non è vero che (le Università) sono in rivolta”. Quanto ai tanto sbandierati “tagli”, Decleva dice chiaro e tondo che “con la manovra di stabilità e gli 800 milioni di euro aggiuntivi, i bilanci si chiudono anche perché coi pensionamenti risparmieremo 350 milioni nel 2011 e il taglio che sarebbe stato di 276 milioni è recuperato”.
Sulla questione se la protesta difende i baroni, Decleva slitta un po’, ma non nega: “Non so se difende i baroni, ma davanti ai cambiamenti ci sono resistenze: in questo caso c’è un freno conservatore anche se viene da sinistra”. In conclusione, alla domanda se l’Università abbia bisogno di questa riforma, la risposta è netta: “Sì. Risolve il nodo del reclutamento con meccanismi di abilitazione scientifica a livello nazionale e la chiamata locale, dà un peso alla valutazione e rimette in moto l’autonomia spingendo gli atenei a rivedere struttura di governo e organizzazione scientifica”.
Buoni argomenti per la Gelmini che deve andare avanti. Come pure il Governo. E il Parlamento che deve (o dovrebbe) apprezzare le leggi che aiutano il Paese.

domenica 21 novembre 2010

Un intervento di Francesco Bardelli a favore di Vittorio Feltri

Il pensiero di Francesco Bardelli di solidarietà a VITTORIO FELTRI - Pubblicato su: IL GIORNALE
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"Sono disgustato dal comportamento dell'Ordine del giornalisti nei confronti di Vittorio Feltri. Sono un giornalista pubblicista da sette anni, ma mi vergogno di far parte di un Ordine formato da ipocriti e doppiopesisti: tappano la bocca a Lei, ma non fanno nulla contro la Rai e i giornali di sinistra, vere e proprie fabbriche di fango contro il Governo democraticamente eletto da noi cittadini. Sono dalla sua parte, come tutti i cittadini onesti che non hanno paura della verità. Viva il Giornale. Siete i migliori.
Francesco Bardelli

martedì 16 novembre 2010

Silvio Berlusconi: Avanti a governare

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"Andremo avanti a governare, con la fiducia che ci verrà data al Senato e credo anche alla Camera". Lo dice Silvio Berlusconi, intervenendo telefonicamente alla manifestazione del Popolo della Libertà a Milano, aggiungendo che "se poi non ci dovesse essere una fiducia alla Camera benissimo, si andrà a votare per la Camera stessa dei deputati e vedremo che cosa decideranno gli italiani". Continua: "ci sono dei professionisti della politica che possono aspirare a diventare Presidente del Consiglio, o della Repubblica, solo grazie a compromessi di palazzo, ma questa non è democrazia è solo partitocrazia".
Il Premier suggerisce ai partecipanti della convention di "non leggere i giornali che fanno pubblicità a una politica partitocratica che ragiona o sragiona come se gli elettori non esistessero. E invece gli elettori esistono, e sono ancora per il 60 percento con Silvio Berlusconi".
Assicura che il governo "va avanti perché nel nostro Paese deve valere la democrazia e non la partitocrazia, visto che gli italiani ci hanno dato la responsabilità di governare. E a quelli della sinistra che dicono tanto che il governo è finito, chiedo perché non andiamo tutti a votare? Sanno bene che andando alle urne perderebbero un'altra volta". E invita simpatizzanti e militanti alla fiducia: "state sereni, andiamo avanti, la maggioranza degli italiani è con noi".
Il Presidente del Consiglio spiega anche che "ci sono dei professionisti della politica, che sono vicini all'età in cui Bush e Blair scrivono le memorie, che possono aspirare a fare il Presidente del Consiglio o il Presidente della Repubblica solo attraverso decisioni di Palazzo. Per loro non conta la gente ma questa non è democrazia". Nella telefonata fa un riferimento alla "questione Rai" affermando che "gli italiani non si fanno turlupinare da certe trasmissioni televisive pagate con i nostri soldi. È indegno avere una tv pubblica di questo tipo".
Berlusconi conclude il suo intervento sottolineando che bisogna "andare avanti contro una sinistra che non è libera. Tutte queste cose non fanno che rafforzare il convincimento negli italiani che vogliono restare liberi che dobbiamo proseguire contro una sinistra che libera non è".

sabato 6 novembre 2010

Silvio Berlusconi alla Direzione Nazionale del PdL - Integrale

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Care amiche e cari amici,
lasciatemi dire subito una cosa che ho nel cuore, una cosa che ho già detto quasi un anno fa quando sono stato ferito in piazza Duomo a Milano, una cosa che rispecchia i miei sentimenti di uomo prima ancora che di imprenditore prestato alla politica: l'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio.
È stato per amore del mio Paese che 16 anni fa sono sceso in politica, per salvarlo dalle forze illiberali. Ed è per amore della libertà che continuo a impegnarmi per il bene dell'Italia e a resistere a tutti gli attacchi infondati che mi vengono quotidianamente rivolti, e continuerò a farlo finché gli italiani che amano la libertà e che mi hanno dato la responsabilità di rappresentarli me lo chiederanno.
I nostri avversari sanno perfettamente che la mia presenza in politica è per loro un ostacolo insuperabile per il raggiungimento del potere. Per questo mi attaccano in modo indegno ed abbietto. Ma, voglio che sappiano che le campagne di fango e le aggressioni mediatiche fondate sulla menzogna che mi vengono rovesciate addosso da tanti anni non mi fermeranno. Se lo facessi tradirei la fiducia di quei milioni di italiani che mi hanno liberamente affidato il mandato di governare il Paese.
Significherebbe anteporre alla sovranità del popolo un altro primato, un primato anomalo, un primato che non ha nessun fondamento nelle regole della democrazia: mi riferisco al primato di quei poteri che per interessi di casta o solo personali, con espedienti costruiti ad arte in certe procure, mi muovono attacchi gravi quanto immotivati, non suffragati dai fatti, ma fondati sul nulla, o peggio sull'invidia e sull'odio.
Questi poteri consolidati e radicati da troppi anni nelle stanze dei Palazzi e di un vecchio ceto politico ripetono come un ritornello all'unisono, con una sinistra senza guida e senza programmi, che il governo non sta facendo niente, che noi stiamo dimenticando gli interessi del Paese.
Ci rivolgono questa falsa accusa di immobilismo soltanto per sminuire i nostri risultati di governo. E' una lotta senza quartiere, che noi combattiamo forti e sicuri del vostro sostegno e dei nostri fatti concreti, contro i loro veleni, contro le loro fabbriche inesauribili di falsità e di fango.
I nostri fatti sono incontestabili. Ci riferiamo anzitutto alle numerose emergenze ereditate dal governo della sinistra e da noi tempestivamente risolte. Ci riferiamo alla crisi globale, la peggiore dal 1929, che abbiamo affrontato e superato anche grazie alle capacità di lavoro e di risparmio degli italiani, riscuotendo l'approvazione dell'Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale.
Ci riferiamo infine alle numerose riforme approvate dal nostro governo. (nostro fascicolo Due anni di governo) In tutta la storia della Repubblica siamo il governo che ha fatto più di tutti gli altri, e lo abbiamo fatto in condizioni di oggettiva difficoltà a causa della crisi economica internazionale.
Mi limito a ricordare solo alcune delle cose fatte.
Pubblica amministrazione. Abbiamo contrastato con successo l'assenteismo, che si è ridotto del 35 per cento, abbiamo introdotto il criterio del merito nel pubblico impiego, abbiamo migliorato la qualità dei servizi e siamo a un passo dalla digitalizzazione dell'intera pubblica amministrazione: e questo significherà la semplificazione delle pratiche burocratiche a vantaggio dei cittadini e delle imprese. Più servizi, più qualità, meno costi e meno sprechi.
Scuola e Università. La sinistra e i sindacati ne avevano fatto un ammortizzatore sociale costoso e dequalificato. Noi abbiamo realizzato tre riforme fondamentali, quella della scuola primaria, quella della scuola secondaria e quella dell'università che è a un passo dal traguardo finale.
Questo governo ha avuto il coraggio di mettere mano alle incrostazioni stratificate che stavano uccidendo la nostra università. Abbiamo introdotto la qualità, la meritocrazia, la responsabilità. Per tutta risposta abbiamo visto i signori della sinistra, travestiti da contestatori, fare le barricate a difesa dello status quo, dei baroni e dei potentati. Non neghiamo che la difficile congiuntura internazionale ci ha impedito per il momento di destinare alla formazione dei nostri giovani tutte le risorse che avremmo voluto. Ma vi dico che arriveranno le risorse necessarie e che il dovere di razionalizzare la spesa ha consentito di sottolineare con ancor più vigore il carattere sistemico della nostra riforma. Perché non serve a nulla disporre di fiumi di denaro in assenza di un sistema efficiente e di efficaci strumenti di governance che consentano di spenderli bene. Uno degli obiettivi che dobbiamo porci, dunque, è quello di approvare subito e senza indugi la riforma dell'Università già votata dal Senato.
Fisco. Abbiamo abolito totalmente l'Ici sulla prima casa; abbiamo attuato un contrasto sistematico dell'evasione fiscale, con risultati che la sinistra si è rassegnata a non contestare più, tanto sono evidenti; abbiamo introdotto la cedolare secca sugli affitti e stiamo discutendo con le parti sociali una grande riforma del sistema fiscale, che ora non corrisponde più all'economia dei nostri tempi, essendo stato concepito ben 40 anni fa, quando internet non esisteva e la formazione dei redditi era completamente diversa da oggi.
Federalismo fiscale. Con questa riforma fiscale, che anticipa e si affianca a quella tributaria, abbiamo costruito le premesse di un sistema pubblico - Stato e autonomie locali - più rispettoso del denaro dei contribuenti. Un sistema che non farà aumentare la pressione fiscale, ma anzi la ridurrà, e consentirà di avere servizi pubblici di qualità a costi standard eguali al Nord come al Sud, con un controllo più penetrante delle dichiarazioni dei redditi e un maggiore contrasto dell'evasione fiscale anche con l'aiuto dei comuni. Una riforma che non penalizzerà il Mezzogiorno, anzi sarà decisiva per il suo riscatto morale ed economico.
Giustizia. La riforma della Giustizia è una priorità per il Paese, e il Governo rivendica i risultati già ottenuti, come la normativa e il Codice antimafia, l'introduzione del reato di stalking, la riforma del processo civile e la digitalizzazione del sistema giustizia.
Sicurezza. Nessun governo ha mai ottenuto i nostri risultati nel contrasto della criminalità organizzata e delle mafie, con più di 15 miliardi di beni mobili e immobili sequestrati, 6.656 mafiosi arrestati, con una media di 8 arresti al giorno, 28 dei primi 30 latitanti più pericolosi arrestati. Per la prima volta si profila la possibilità di sconfiggere e di debellare per sempre la piaga della mafia e della criminalità organizzata. Dietro quel che succede in questi giorni nessuno può escludere, molti possono immaginare, che ci sia anche la vendetta della malavita.
Immigrazione clandestina. Abbiamo ridotto gli sbarchi di oltre il 90 per cento e reso più facili le espulsioni di chi viene in Italia non per darci una mano, ma per delinquere. Era ciò che gli italiani volevano e noi l'abbiamo fatto.
Infrastrutture ed energia. Abbiamo riaperto i cantieri delle grandi opere che la sinistra e i falsi ambientalisti avevano chiuso, abbiamo realizzato l'alta velocità ferroviaria, abbiamo rilanciato il nucleare con importanti accordi internazionali. Sono tutti passi fondamentali per riportare l'Italia in linea con l'Europa. Risale solo a quattordici giorni fa lo stanziamento da parte di questo governo di centodieci milioni di euro a sostegno di dieci settori tra cui motocicli, internet a banda larga, elettrodomestici ed eco-case. Questi incentivi si aggiungono agli altri 190 milioni che il governo aveva già erogato ad aprile a sostegno delle imprese.
All'industria del turismo è stato finalmente riconosciuto il valore di asset strategico per la nostra economia: il codice del turismo, approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri, rappresenta una vera e propria riforma del settore, dalla parte del turista e delle aziende. Per tutte le attività' produttive, inoltre, grande valore rivestono le misure di semplificazione e sburocratizzazione, quali ad esempio la possibilità di aprire un'impresa in un solo giorno, rivolgendosi ad un unico interlocutore. Il governo farà di tutto per assecondare la potenzialità di crescita delle piccole e medie imprese che sono i capisaldi della nostra economia.
Pensioni. Abbiamo realizzato, senza un'ora di sciopero, una riforma che in Europa viene considerata un modello. Altrove la stessa riforma delle pensioni ha penalizzato diversi Paesi.
Giovani e lavoro. La maggiore occupazione, soprattutto dei più giovani e nel Mezzogiorno, costituisce l'obiettivo primario di tutta la nostra politica di crescita economica nella stabilità di finanza pubblica. Il Piano triennale per il lavoro e il Programma per l'occupabilità dei giovani attraverso l'integrazione tra apprendimento e lavoro sono già in corso di attuazione e si realizzano compiutamente attraverso la leale collaborazione tra Stato e Regioni e la prosecuzione dell'intesa con le parti sociali. Rivolgiamo un sentito ringraziamento a tutte quelle organizzazioni sindacali che senza pregiudizi di carattere politico o ideologico hanno seguito la via del confronto costruttivo con il Governo e con le organizzazioni rappresentative dell'impresa. A loro promettiamo che continueremo ad operare per la crescita dei salari, collegata alla maggiore produttività del lavoro, anche attraverso l'incentivo della detassazione.
Difesa della vita e della famiglia. Abbiamo ribadito nel recente discorso al Parlamento che al centro di ogni nostra azione collochiamo la persona in sé e nelle sue proiezioni come la famiglia e la comunità di appartenenza. Noi riconosciamo la ricchezza della persona e questo ci porta a difendere innanzitutto il valore della vita quale bene primario. L'agenda bio-etica del governo ha puntualmente individuato gli ambiti dell'impegno istituzionale per l'accoglienza della nuova vita, la tutela della dignità della persona nelle condizioni di maggiore fragilità, il necessario collegamento tra la scienza e l'etica. Il riordino delle agevolazioni fiscali e delle prestazioni assistenziali dovrà consentire la razionalizzazione dei sostegni alla famiglia in funzione soprattutto della natalità e, quindi, della consistenza del nucleo familiare.
Servizi pubblici. Come sapete, ci accusano di non avere fatto le liberalizzazioni. Ma non dicono che abbiamo fatto la riforma dei servizi pubblici gestiti dalle aziende municipalizzate, in attuazione di una direttiva europea: questo consentirà di introdurre non solo azionisti privati nelle aziende municipalizzate, ma soprattutto porterà maggiore efficienza, con l'obiettivo di ridurre i costi e le bollette per i cittadini.
Politica estera. La nostra diplomazia commerciale, quella che la sinistra chiama politica del cucù, unita alle missioni di pace e al ruolo personale del premier nei vertici internazionali, ci consentono di dire che l'Italia è di nuovo protagonista nel mondo. Il nostro è un governo che non ha mai smesso di governare, che non è mai venuto meno ai propri doveri internazionali. A Bruxelles abbiamo difeso con forza gli interessi italiani, ottenendo l'inserimento del risparmio privato e di altri indicatori rilevanti come la stabilità del sistema bancario tra gli elementi di valutazione dello stato di salute di un Paese. Questo consentirà all'Italia di salire nella graduatoria dei Paesi europei più virtuosi, ponendosi al secondo posto subito dopo la Germania e prima di Svezia, Gran Bretagna e Francia. Si tratta di una modifica di enorme rilievo. Eppure si continua a dire che non abbiamo fatto niente. Nonostante tre finanziarie rigorose e 13 distinti provvedimenti economici per fronteggiare la crisi, la sinistra continua a dire che non abbiamo fatto niente. Potrei continuare ancora a lungo, ma non voglio abusare della vostra cortesia e della vostra pazienza.
Tra le tante cose fatte, non posso però scordare quella più importante a cui ho già accennato. Nel pieno di una crisi economica epocale, abbiamo messo in sicurezza i conti pubblici, abbiamo salvaguardato la coesione sociale e abbiamo tutelato i posti di lavoro con una quantità di risorse senza precedenti e senza mettere le mani nelle tasche degli italiani. Molti governi, tradendo i loro programmi elettorali, hanno aumentato le tasse per ridurre drasticamente i loro deficit. L'Italia è stata l'unica a ridurre il disavanzo senza aumentare le tasse. E noi non tasseremo mai i Bot e la casa, come vorrebbe la sinistra, e non per salvaguardare la speculazione finanziaria, ma per non toccare i risparmi di tante famiglie che si sono fidate dello Stato. Il nostro governo è quello che in Europa ha meglio coniugato la stabilità dei conti con la pace sociale.
Care amiche e cari amici,
forse si sarebbe potuto fare di più per ridurre le pesanti eredità dei governi del passato. Ne siamo talmente consapevoli che il presidente del Consiglio si è rivolto al Parlamento a fine settembre per fare un bilancio della prima metà della legislatura e impostare la seconda, con l'obiettivo di realizzare il programma di governo approvato dagli italiani nel 2008 e completare le riforme strutturali necessarie per ammodernare l'Italia in cinque settori strategici: federalismo fiscale, giustizia, fisco, sicurezza, rilancio del Sud. Su quei cinque punti il Parlamento ha dato al governo una fiducia più ampia di quella ottenuta al momento dell'insediamento nel 2008, e con questo viatico il governo è impegnato a procedere.
Lo ricordo a quelli che parlano di immobilismo e ci chiedono di fare un passo indietro. Ebbene, noi faremo non un passo indietro, ma cinque passi avanti. Il Federalismo fiscale è cosa fatta. La riforma del fisco è stata avviata con un dialogo aperto a tutte le forze sociali e con un confronto costante con le autorità europee. Il prossimo passo dell'azione di governo riguarda la sicurezza e l'immigrazione: su questa riforma si è attivato il ministro dell'Interno Maroni e il Consiglio dei ministri la approverà domani alle dieci.
Ma posso già anticiparvi: il potenziamento ulteriore dell'attività di contrasto alla criminalità organizzata; il potenziamento della sicurezza urbana; la sicurezza nelle manifestazioni sportive; l'allontanamento coattivo dei cittadini comunitari che hanno violato la direttiva europea; un progetto definitivo per la carta d'identità elettronica; la liberalizzazione all'accesso della rete Wi.Fi. Siamo pronti ad approvare entro la fine di questo mese anche la riforma della Giustizia e il Piano per il Sud sulla base di testi condivisi da tutta la maggioranza.
Giustizia
Noi siamo e resteremo convinti che una grande riforma della giustizia serva al Paese: al suo sviluppo, alla sua civiltà, alla sua democrazia. E' scritto a chiare lettere nel nostro programma elettorale, e dunque è evidente che tutti i cittadini che hanno scelto questo governo – e sono la maggioranza – condividono tale opinione. Ma proprio l'importanza del tema dovrebbe suggerire a tutti di evitare strumentalizzazioni, come ad esempio parlare della riforma della giustizia e fare riferimento a misure che nessuno ha mai pensato di introdurre: cito per tutte l'assoggettamento del pm al potere esecutivo. Non è mai stato nei nostri progetti: parlarne può essere un buon modo per ottenere il plauso della grande stampa, ma di certo introduce un elemento di inutile confusione nel confronto che invece intendiamo portare avanti nel modo più inclusivo e trasparente possibile. Ripartiamo dunque dalle cose su cui siamo d'accordo, a cominciare dalla separazione delle carriere e dalla conseguente riforma del Csm. Non è poco, e di certo sarebbe un passo da gigante verso quello che è il nostro obiettivo: una giustizia giusta, un processo equo, un'autentica parità fra le parti, un giudice davvero terzo e imparziale. Ma l'azione del governo non si limita ai Cinque punti programmatici, la cui realizzazione ci impegnerà fino al termine della legislatura.
La nostra agenda immediata comprende anche il varo di un decreto entro il 16 novembre che conterrà il Piano per il Sud e finanzierà l'Università, gli ammortizzatori sociali, i contratti di produttività, il 5 per mille, il sostegno alla cultura e quanto altro possibile e necessario. E tutto ciò in un tempo di crisi e tenendo i conti in ordine. Ancora. Entro il 12 novembre, presenteremo a Bruxelles il "Programma nazionale di riforma" proiettato al 2020, un piano che si articola su numerosi interventi strategici in chiave di sviluppo, che interessano: il ritorno al nucleare, la rivalutazione del patrimonio demaniale, la riforma del fisco con il passaggio graduale dalle imposte sulle persone a quelle sulle cose, la liberalizzazione dei servizi, i salari sempre più legati alla produttività, un nuovo impulso al Mezzogiorno. Su tutti questi punti si giocherà la strategia della maggioranza nella sua attuale configurazione.
Care amiche e cari amici,
queste sono le riforme e le azioni che ci stanno impegnando. Ma ne avete forse mai letto sui giornali? Non credo. Perché in Italia ci sono due realtà. C'è la realtà vera, che è quella del nostro governo del fare, una realtà che i media ignorano. E c'è la realtà virtuale dell'antiberlusconismo cucinato in tutte le salse, ed è, questa realtà virtuale, l'unica che i media prendono in considerazione.
Difendersi o argomentare caso per caso non ha più senso. In quale altro Paese del mondo il capo del governo deve difendersi da una tale raffica di storie inventate o strumentalizzate? La verità è che siamo sotto attacco non per ciò che non abbiamo fatto, ma per ciò che rappresentiamo, un ostacolo alla presa del potere da parte della sinistra e per ciò che abbiamo fatto. Tutti reclamano cambiamenti, ma poi ciascuno si scaglia contro i cambiamenti che lo toccano da vicino. Tutti vogliono più apertura, più competizione, più meritocrazia, più produttività, ma a patto che riguardi solo gli altri. Ogni volta che il Governo prende un provvedimento, dalla scuola alla pubblica amministrazione, dalla giustizia al lavoro, chi protesta occupa le prime pagine, mentre chi consente, in nome dell'interesse generale, scompare dai giornali.
Questa è la vera dimostrazione di assenza d'interesse per il bene comune, pur di conservare per egoismo tutto il bene proprio, come privilegio non negoziabile. E se il presidente di Confindustria critica il governo e benedice la condotta di Marchionne, la sinistra applaude le sue prime parole, ma sorvola sulle seconde. Ma dov'è la concretezza degli interessi reali, dove la sfida della competitività, se non nelle decisioni pratiche, azienda per azienda, capannone per capannone, sulla base di valori di efficienza, di competitività e di sacrificio che una certa classe politica non ha mai compreso fino in fondo?
Il governo dunque è impegnato a creare le condizioni per favorire la crescita nella stabilità, ed è l´unico che possa farlo, perché la sinistra italiana è incapace di incarnare un moderno ruolo di opposizione riformista. Una sinistra che ha mantenuto tutti i vizi del passato comunista senza fare un solo passo avanti sulla strada del proprio rinnovamento. Il frutto di questa crisi è rappresentato oggi dalle posizioni estremiste, radicali e giustizialiste di Di Pietro, di Grillo e di Vendola, alle quali il Pd è incapace di resistere.
In questa situazione, provocare una crisi mentre la stabilità non è ancora stata pienamente raggiunta e il cammino delle riforme, avviato nella direzione giusta, è ancora in corso, sarebbe un atto di autentica irresponsabilità che il Paese non merita e non capirebbe. L'alternativa al nostro Governo potrebbe essere solo un governo "di rottura nazionale", un "governo delle opposizioni", un governo illegittimo degli sconfitti privo di legittimità democratica e popolare, un governo incapace di produrre stabilità, incapace di garantire quella affidabilità internazionale necessaria per combattere efficacemente il terrorismo, incapace di difendere i valori non negoziabili della persona, della famiglia e della vita.
Il ritorno della sinistra al governo porterebbe l'Italia alle condizioni di declino e di instabilità in cui si è venuta a trovare la Grecia. Perché la sinistra, in quanto assertrice della spesa in deficit, non sarebbe mai in grado di proseguire quella disciplina di bilancio che ha consentito sin qui l'agevole collocamento dei titoli che rappresentano il nostro grande debito pubblico. Non avendo i numeri, non avendo mai avuto i numeri per governare e temendo le elezioni come la peste, la sinistra chiede al gruppo di parlamentari che hanno lasciato il Popolo della Libertà di staccare la spina al governo. E' l'ennesima manifestazione di irresponsabilità e di disperazione politica.
Veniamo a Futuro e Libertà
Gli aderenti a Futuro e libertà hanno introdotto una forte dialettica nell'area della maggioranza politica e parlamentare. Ci auguriamo che il bisogno di sottolineare una propria diversità non li conduca alla subalternità politica e culturale rispetto a una sinistra già condannata alla decadenza dalla sua incapacità di rinnovarsi. Il discorso che ho pronunciato al Parlamento in occasione del voto di fiducia è partito dal riconoscimento di una diversa realtà politica intervenuta nel centrodestra, con la volontà di scongiurare il rischio di elezioni e di realizzare il programma di governo per l'intera legislatura, a partire dai cinque punti votati dal Parlamento.
Da quel giorno in cui si è votata la fiducia al governo, che cosa è cambiato? Voglio fare una domanda molto schietta a coloro che hanno aderito al nuovo gruppo. E' cambiato qualcosa di significativo dal punto di vista politico in grado di mutare la posizione dei gruppi che hanno votato la fiducia meno di un mese fa? Io credo di no. Anzi, con tutta evidenza il governo si è immediatamente messo al lavoro sulla base del voto del Parlamento.
Se questo è vero, io credo che sia necessario andare avanti, sia necessario proseguire nell'impegno che abbiamo preso di fronte al Paese di lavorare fino alla conclusione della legislatura.
Se è cambiato qualcosa dal punto di vista politico riguardo alla fiducia votata dal Parlamento sui cinque punti del programma, allora lo si dica apertamente, lo si motivi e lo si giustifichi di fronte ai nostri elettori e al popolo italiano. Se non è così, come io credo, allora cessino le polemiche e si interrompa quella che mi auguro non sia una deliberata strategia di logoramento ai danni del governo, che non potrebbe essere accettata né sopportata se si hanno a cuore gli interessi del nostro Paese. L'Italia ha bisogno di essere governata, ha bisogno di stabilità, ha bisogno che si realizzino le riforme che abbiamo annunciato in Parlamento, a partire dal federalismo e dalla riforma fiscale al piano per il Sud, dalla riforma della giustizia alla lotta contro la criminalità organizzata, fino alla riforma dell'Università.
Per realizzare queste riforme l'Italia ha però bisogno di concordia e di collaborazione nell'ambito delle forze che fanno parte della maggioranza. Non si può, da una parte, chiedere al governo di governare, e, dall'altra parte, frapporre continui ostacoli al lavoro del governo. L'importante dunque è sapere con chiarezza se esiste la volontà reale di proseguire in un rapporto di alleanza politica e di leale collaborazione di governo sia pure rivendicando una propria autonomia. Da parte nostra, come ho detto, c'è la volontà di proseguire nel lavoro fino al termine della legislatura, e c'è la disponibilità di prendere atto di una diversa offerta politica nell'ambito del centrodestra.
Se Futuro e Libertà ritiene esaurita l'esperienza di questo governo e non intende andare avanti lo dica con chiarezza subito. Noi siamo pronti a raccogliere la sfida e ad andare alle urne. Se invece c'è davvero la volontà di andare avanti con questo governo nel rispetto del nostro programma e nella lealtà ai nostri elettori, allora siamo pronti insieme alla Lega e a Bossi, il nostro solido e leale alleato, a realizzare un patto di legislatura e a proporre nuovamente un sistema di alleanze nel centrodestra.
L'Italia – lo ripeto – ha bisogno di stabilità, ha bisogno di essere governata. Ha bisogno di un governo nel pieno delle proprie funzioni. Non ha bisogno di un governo qualsiasi. Tanto meno ha bisogno, lo ripeto, di un governo tecnico, che rappresenterebbe il rovesciamento della volontà democratica. Lo dico apertamente: signori della sinistra, se volete archiviare Berlusconi dovete chiederlo al popolo, non potete farlo voi con una congiura di Palazzo, perché gli Italiani non lo permetterebbero. Noi siamo sempre stati ottimisti. E lo siamo per una ragione che diventa sempre più evidente: il nostro è l'unico governo democratico dell'Occidente che, nel pieno della crisi, ha vinto le elezioni di medio termine, dopo avere vinto anche tutte le tornate elettorali precedenti. Tutti gli altri hanno perso.
Questa nostra forza, che ci è data dagli elettori e non certo imposta a loro, induce gli avversari a ritenere che la partita debba essere spostata altrove: nei palazzi del potere senza legittimità democratica. Noi, il Popolo della Libertà e la Lega, non consentiremo che la nostra democrazia sia sfregiata fino a questo punto. Noi intendiamo governare e abbiamo la forza e le idee per farlo. Sappiamo di avere con noi un largo consenso di popolo, che crede nei nostri stessi valori, che crede nella libertà e nella democrazia. Nel 1948 come nel 1994, nel 2001 come nel 2008, questo popolo ha salvato l'Italia. E il Popolo della Libertà, che abbiamo volutamente chiamato Popolo e non partito, è e rimane l'unico vero progetto di modernizzazione del Paese. La nostra è una forza profondamente radicata sul territorio, come dimostra il fatto che per la prima volta il centrodestra governa 11 regioni su 20, 59 province su 109, 374 comuni sopra i 15mila abitanti su 731. E' fin troppo evidente che il Popolo della Libertà ha sempre fatto il proprio dovere.
Ho sempre detto che il Popolo della Libertà è la casa di tutti i moderati e i liberali italiani ed è il vero e unico progetto di bipolarismo che vogliamo consegnare ai decenni che verranno di un Paese finalmente moderno. Per questo mi appello a tutti voi. Oggi, infatti, è in atto un tentativo estremo, e per questo violento e aggressivo, di distruggere tutto ciò che di buono, ed è davvero tanto, abbiamo fatto fin dalla nascita del Pdl, a cominciare dalla sua creazione. Di fronte a questo attacco, è il momento della coesione, è l'ora in cui la nostra classe dirigente, com'è avvenuto in passato nei momenti più delicati, faccia squadra, diventi un blocco granitico e metta da parte le questioni individuali e personali per difendere non tanto e non solo il Pdl da chi ne vuole minare il presente e il futuro, ma l'interesse di tutti gli italiani moderati e di buona volontà. Dimostriamo a tutti, a cominciare da noi stessi, che siamo la classe dirigente capace di far compiere all'Italia i passi necessari verso quel futuro di modernità che meritiamo e che già stiamo realizzando con l'attività di governo. Il partito non è meno importante del governo. E' la roccaforte che può difendere l'esecutivo da ogni genere di offensiva esterna. E' per questo che va preservato e custodito come un bene prezioso.
E oggi, da questa nostra Direzione nazionale deve partire un messaggio chiaro: il Popolo della Libertà è forte e unito intorno al suo leader e intorno al suo governo, e avvia una grande fase di democrazia interna con nuovi coordinatori regionali, provinciali e comunali. I circoli, i Promotori della libertà e i Difensori della libertà, i team della libertà, Giovane Italia, sono tutti strumenti fondamentali per far crescere il nostro movimento. E il modo migliore per coinvolgere tutti i nostri militanti e tutti i nostri sostenitori, donne e uomini, giovani e meno giovani, è di darci un traguardo ambizioso: un milione di iscritti al Popolo della Libertà per celebrare entro luglio i congressi comunali e provinciali come vuole lo Statuto.
Care amiche e cari amici,
dobbiamo dare un segnale preciso a tutti: il nostro governo è in campo e ha i numeri per governare e sono numeri che gli ha dato il popolo e che solo il popolo può revocare. Il nostro obiettivo resta quello di sempre: dare all'Italia la stabilità politica, un bipolarismo maturo e un grande movimento moderato che si ispira alla tradizione del Partito Popolare Europeo, e in questo ci sentiamo di rivolgere un forte appello a tutti gli italiani che non si riconoscono nella sinistra: questo è il nostro e il vostro destino. Il Paese ci chiede le riforme, e alla fine della legislatura saprà giudicare chi ha garantito la governabilità e chi l'ha invece ostacolata. Noi confidiamo che responsabilità e spirito di servizio abbiano la meglio sulle polemiche e sulle divisioni. Sarà il modo migliore per onorare i 150 anni dell'Unità d'Italia.
Dunque, abbiamo il diritto e il dovere di andare avanti e di governare. Lo faremo, saldi nei propositi e forti del nostro programma riformista. La maggioranza di cui disponiamo in Parlamento è il frutto della maggioranza elettorale che abbiamo nel Paese. Se la prima dovesse mancare, se dovesse esserci tolta da chi si rende strumento (colpevolmente passivo) nelle mani altrui, voglio ripeterlo chiaramente, allora si dovrà tornare dagli elettori: il responso del popolo aiuterà l'Italia a ritrovare la strada giusta, come sempre è accaduto nei momenti difficili. Fuori da questo percorso ci sarebbe purtroppo solo il degrado e il rovesciamento della democrazia.
Continueremo a lavorare insieme oggi pomeriggio.
Vi abbraccio tutti, e vi ringrazio per l'impegno mostrato sinora e per quanto continueremo a fare tutti insieme, superando gli egoismi personali, uniti dalla lealtà per chi ci vota, uniti dall'amore per la libertà, uniti dall'amore per l'Italia.
Viva il Popolo della Libertà, viva l'Italia, viva la libertà.

martedì 2 novembre 2010

Due o tre attachi al dì, lo fanno sempre restare lì

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Un rapido elenco, limitato solo agli ultimi giorni.
1.     La storia della villa di Antigua: una compravendita regolarmente denunciata dietro alla quale non si celava nessun mistero. Quello di certi giornali è stato un bluff in piena regola.
2.     La teoria che affiorerebbe dalla procura di Palermo secondo la quale, essendosi il “teste principe” Massimo Ciancimino rivelatosi inattendibile e mafioso, sono però attendibili le “rivelazioni” sui rapporti tra Silvio Berlusconi e la mafia che da mesi questo signore sta cercando di vendere ai pm e ad Anno Zero. Per inciso: il pm Antonio Ingroia è lo stesso che ha deciso dopo 60 anni di far riesumare il cadavere di Salvatore Giuliano su istanza di “alcuni studiosi”. Ha trovato uno scheletro. Domanda: chi paga? Ma la giustizia non è a corto di fondi, tempo e personale?
3.     La vicenda Ruby che occupa le prime pagine. Gianfranco Fini è imbarazzato perché se ne parla all’estero: certo, se la fuffa sta su tutte le prime pagine italiane ed occupa l’intero dibattito politico, non c’è molto da meravigliarsi.
4.     Qualcuno ricorda il Noemigate? Bé, un anno fa doveva far sfacellare il governo. Finirà allo stesso modo. Il governo è sempre lì; Berlusconi più lì che mai.
5.     Ancora. Dieci giorni fa eravamo in piena emergenza spazzatura. “Il governo ha fallito, ha nascosto i rifiuti sotto la polvere, quella di Napoli era tutta propaganda”. E’ bastato l’intervento del premier per risolvere anche questa seconda emergenza. La quale, per i molti che ignorano la legge, visto che i rifiuti sono di competenza comunale, non dipendeva comunque dall’Esecutivo.
6.     Al convegno confindustriale di Capri, Emma Marcegaglia ha affermato che siamo in piena paralisi. Bontà sua, ha anche aggiunto che il Paese non vuole le elezioni anticipate. Un anno fa, quando questo governo ha salvato il Paese dalla crisi economica, con tutte le sue aziende e il sistema bancario, la Confindustria non parlava così. Chiedeva “soldi veri”. Ed un giorno disse: “Abbiamo visto soldi veri”. Né parlava così quando ministri di questo governo si esponevano a favore della contrattazione aziendale e degli sgravi fiscali sugli straordinari chiesti dagli imprenditori. La gratitudine non è spesso di questo mondo, e comunque non è dovuta. La memoria e il buon senso, però, sì. Tanto che imprenditori di spicco come Guidalberto Guidi si sono affrettati a precisare che “Emma ha parlato a titolo personale”. Dal palco di un convegno?

Fermiamoci qui, per ora: tanto non mancheranno altre occasioni. Ma se ci fate caso c’è un denominatore comune, il filo rosso, che lega tutte queste vicende e relative reazioni. La richiesta a Berlusconi di “fare un passo indietro”. Come dire: di togliere il disturbo. Non sarebbe più logico, più comprensibile e più consono alle regole democratiche sfidare il premier in libere elezioni?
No, questo non lo vogliono. E’ evidente: temono di perdere. Il Pd non è ancora pronto, i centristi non ancora organizzati, il Fli non sufficientemente noto. Insomma, tutti loro non hanno né la forza elettorale né la capacità politica di affrontare Berlusconi in campo aperto. Vorrebbero però che facesse il piacere di andarsene.
Perché, poi? Perché ha fallito sulla crisi economica? I dati dicono tutti il contrario. Perché – tanto per prendere in prestito uno dei commenti – l’Italia perde credibilità sul piano internazionale? Berlusconi è appena reduce da un importantissimo vertice di Bruxelles nel quale l’Italia ha ottenuto esattamente ciò a cui mirava. E lì gli interlocutori si chiamano Merkel, Sarkozy e Cameron, che non fanno certo sconti a nessuno.
Il Pdl ed il governo sono sotto nei consensi? Tutti i sondaggi, anche i più malevoli, affermano il contrario: il Popolo della Libertà resta il primo partito, il centrodestra – anche senza Fli – mantiene una solida maggioranza.
Manca un programma di riforme? I cinque punti – federalismo, giustizia, Sud, sicurezza e fisco, - sono appena stati spiegati in Parlamento, il primo di essi è già legge, sul fisco si è appena inaugurato il cantiere al quale seguono ora i tavoli operativi (per inciso: c’era anche la Confindustria). Quel piano di riforme è tra l’altro quello dal quale, secondo l’editoriale di Mario Monti sul Corriere della Sera di ieri, il Paese deve ripartire.
Ricapitoliamo. Ci sono un governo, una maggioranza, un programma. Dall’altra parte non c’è né un programma, né un candidato premier né tantomeno una minima possibilità di arrivare al governo con le proprie forze.
E dunque? Eccola qui la spiegazione di tutto. Gira e rigira, si torna sempre lì: al “governo tecnico”. Al governo dei perdenti. Al governo non votato. Al governo di minoranza, come in piena prima repubblica. Un governicchio, questo è ciò che vorrebbero sinistra e dintorni al posto di Berlusconi. “Per fare la nuova legge elettorale” (sai che successo). No, “per tirare l’Italia fuori dall’emergenza morale”. Anzi, “per rilanciare le riforme”.
Come dire: il potere servito a domicilio, come si ordina una pizza, senza elezioni, con qualche manovretta o manovrona di Palazzo. Ma perfino nella enormità, o nella stramberia, di questa “soluzione”, abbiamo il lato comico: l’incessante e patetico invito reciproco a “staccare la spina”. Nessuno ha infatti il coraggio di farlo.
Con questi metodi, con questi strateghi, con questi autentici cuor di leone, l’opposizione non andrà da nessuna parte. Del resto sono anni, anzi decenni che ci provano: buttare giù Berlusconi. Anzi: che qualcuno butti Berlusconi giù per conto loro. Meglio se con le spicce. Un attacco alla settimana, uno scandalo al giorno, due casi al dì. Berlusconi, però, è sempre lì. E ci resta.

sabato 30 ottobre 2010

Illusione a sinistra: "Un attacco al giorno toglie Berlusconi di torno"

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“Un attacco al giorno toglie il Berlusconi di torno”. E’ il commento di ieri del premier, al termine di una giornata dominata dalla consueta spazzatura mediatica. Di quella vera, a Napoli e dintorni, il capo del governo si era occupato con il vertice operativo ad Acerra.
Un attacco al giorno, dunque. Ma non è vero: non è vero che toglie Berlusconi di torno. Anzi: stavolta l’effetto boomerang per chi vorrebbe liquidare il governo e il suo capo con scandali inventati, anziché con la politica ed il consenso conquistati nelle urne, è più che mai dietro l’angolo. Le stesse versioni e teoremi sui giornali della sinistra, da Repubblica in giù, traballano. Il Pd sembra rendersene conto, nonostante il suo segretario, Bersani, chiede che “qualcuno stacchi la spina”. Ma perché non ci prova lui, rivolgendosi agli elettori? Forse non ne è capace. Massimo D’Alema chiede addirittura l’intervento della Chiesa: siamo a questo.
Rinfreschiamo un po’ le idee, sulla base di fatti, non di chiacchiere. Due anni e mezzo fa, a governo appena eletto, ci fu il cosiddetto scandalo “Raiset”. Intercettazioni illegali, risalenti addirittura all’anno prima, tra l’allora direttore di Rai Fiction Agostino Saccà e l’allora – all’epoca delle telefonate – leader dell’opposizione Berlusconi. “In quelle telefonate c’è di tutto!” tuona la sinistra, Repubblica in testa. Si va dalla “prova” di un patto tra Rai e Mediaset – RaiSet, appunto – ad un complotto politico-boccaccesco per far cadere il governo Prodi. Risultato: il governo Prodi è già caduto per proprio conto, Saccà viene prosciolto, l’inchiesta archiviata, delle intercettazioni che per mesi hanno girato indisturbate si ordina l’immediata distruzione. Quanto a Berlusconi, niente di niente né a livello giudiziario, né politico, né personale.
Eppure da quello che “traspariva” – cioè che non veniva detto perché non c’era – in quel paio di conversazioni si era tentato di montare uno scandalo per far cadere il governo appena eletto, nonché per esporre al pubblico ludibrio esponenti della maggioranza, compresi ministri e ministre. Operazione condotta con tanto di pubblico turpiloquio dagli studi Rai e dalle piazze in particolare da Marco Travaglio e da Sabina Guzzanti: molti ricordano i loro exploit.
Finito nel nulla questo presunto scandalo, si passa, l’anno dopo, alla vicenda di Noemi Letizia. Anche lì c’è di mezzo una minorenne, anche in quel caso Repubblica si inventa testimoni e storie fasulle: come “Gino l’operaio”, il sedicente fidanzato “buono”. Non ci vuole molto – bastano un paio di telefonate al casellario giudiziario – per scoprire che quelle testimonianze e quei testimoni sono tutt’altro che attendibili, alcuni addirittura retribuiti. Altra storia morta e sepolta. Immediatamente dopo la caccia alla volpe si sposta dai sobborghi di Napoli al centro di Bari. La vicenda D’Addario occupa un’altra estate, tra interviste, intercettazioni, microregistratori che entrano ed escono, comparsate nei soliti talk show. Che cosa resta di quella vicenda? Un’indagine – vera stavolta – per appalti nella sanità pugliese, che però coinvolgono la giunta di sinistra locale.
Tralasciamo le faccende minori – fotografi perennemente appostati in Sardegna, scatti che non rivelano assolutamente nulla offerti e spesso venduti a peso d’oro - e arriviamo al 2010. I problemi politici ovviamente non mancano: si è superata la crisi economica, ma gli strascichi si fanno sentire da noi come altrove. C’è una sorta di scissione nel Popolo della Libertà. Siamo però nella fisiologia politica: della crisi finanziaria abbiamo detto, è una questione mondiale. Quanto alle vicende di partito, basterebbe alzare un attimo lo sguardo all’opposizione per capire dove sono i veri problemi. Tre segretari nel giro di un anno e mezzo, sconfitte elettorali a ripetizione, scissioni e abbandoni.
In tutto questo “esplode” la vicenda della villa di Antigua. La lancia Report, una trasmissione del servizio pubblico, ma l’esplosione è meno di un petardo. La correttezza di Berlusconi è perfino dimostrata dalla procura di Milano, il premier deve però difendersi chiedendo i danni in sede civile. La settimana dopo Report passa ad attaccare Giulio Tremonti: non per la sue misure come ministro dell’Economia, s’intende, ma lanciando insinuazioni sulla sua attività da esperto di fisco.
Tra queste vicende, che dovevano avere a bersaglio le vicende private del premier e del governo, se ne insinua un’altra che ruota intorno alle “rivelazioni” di un mafioso – Gaspare Spatuzza, un pluriomicida condannato per i reati più abominevoli – e di un figlio di un boss – Massimo Ciancimino. Il teorema, rilanciato con una campagna tambureggiante in particolare da Anno Zero e da Repubblica, è, per dirla breve, che la nascita di Forza Italia negli anni Novanta sia stata favorita da un patto con la mafia per far cessare le stragi del ’92-’93.
Le testimonianze si riveleranno inattendibili, e ancora di più il tentativo di coinvolgere Silvio Berlusconi. Ultimo episodio, il clamoroso episodio del copia-incolla degli appunti di Ciancimino jr. Qualsiasi procura, qualsiasi giornale serio avrebbe a questo punto preso atto dell’inattendibilità interessata dei testi – il figlio di Vito Ciancimino deve tenere al sicuro il patrimonio lasciato dal padre – e dichiarato fasullo l’intero castello di carte. Al contrario, il fatto che a Massimo Ciancimino sia stato addebitato il concorso in associazione mafiosa farebbe di lui, secondo gli addetti al fango, una fonte ancora più autorevole.
Si arriva così alla vicenda di queste ore. Sulla quale perfino i fabbricanti di teoremi sembrano rendersi conto di pattinare sul ghiaccio.
Torniamo alla frase di partenza: “Un attacco al giorno toglie Berlusconi di torno”. Così hanno costantemente agito la sinistra ed i suoi strumenti d’informazione in questi due anni e mezzo. Operazioni tutte votate all’insuccesso. Come questa. Bersani dice: staccate la spina. E se la spina la staccassimo, una buona volta, a chi è capace solo di inventare scandali?

venerdì 29 ottobre 2010

Mori, Ciancimino e i paradossi - // - Tizio, Caio e la Legge giusta

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In questa Italia dove alcune Procure, e segnatamente alcuni magistrati, sembrano regnare e fare e disfare governi, alimentando veleni e infangando persone e vite, capita anche questo: gli eroi dell’antimafia vengono di colpo trasformati in criminali, asserviti agli stessi mascalzoni che per una vita hanno cercato di assicurare alle patrie galere.
I mafiosi, quelli veri, quelli che hanno sciolto bambini nell’acido, ucciso persone come fossero moscerini, trafficato in droga e armi, diventano di colpo i depositari della verità, della credibilità.
Ecco allora che il generale Mori, colui che ha catturato Totò Riina, e che per questo alcuni magistrati di Palermo hanno deciso di mettere sotto processo, si ritrova indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Lui, nemico dei mafiosi al punto da aver dedicato un’intera esistenza alla guerra contro le cosche, si ritrova indicato come possibile mafioso da quegli stessi magistrati che ha servito onestamente.
Paradosso dei paradossi, si ritrova indagato insieme con il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, con identica ipotesi d’accusa.
Ma le contestazioni fatte a Mori e Ciancimino hanno uno scopo opposto.
Il primo è realmente sospettato di intellighentia con Cosa nostra. Il secondo, invece, deve la nuova contestazione ad una perversa tattica processuale dei pubblici ministeri.
Poiché Massimo Ciancimino, per accusare lo Stato, e quindi anche Mori, di aver trattato con la mafia, ha dovuto per forza di cose autoaccusarsi di aver fatto da intermediario tra suo padre e il superlatitante Bernardo Provenzano, i pm hanno dovuto contestargli il concorso esterno e di favoreggiamento proprio nei confronti di quest’ultimo per dargli la patente di credibilità. In sostanza, dicono i magistrati: hai parlato di trattativa con pezzi dello Stato, l’hai fatto portando i pizzini a Provenzano, noi ti crediamo ma poiché hai commesso un reato te lo contestiamo. In questa maniera, gli inquirenti palermitani solo apparentemente vogliono colpire Massimo Ciancimino, ma in realtà cercano di usare la sua “credibilità” per mirare molto più in alto. E il generale Mori appare solo come un primo obiettivo, magari uno strumento per arrivare ad altro. Anche per questo, l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa contro questo servitore dello Stato appare ancor più inquietante.
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La storia italiana degli ultimi sedici anni è caratterizzata da questa sorta di filo rosso, di minimo comune denominatore. Qualche giornale (o un solo giornale) scrive che il politico Tizio o Caio è indagato dalla Procura di….con l’ipotesi di reato A,B,C e via dicendo. Segue tam tam di tutti i media. Spesso la Procura competente, nelle parole di un Capo, smentisce l’indiscrezione, oppure si indigna per la fuga di notizie, compromettente all’esito delle indagini, apre un consueto fascicolo contro ignoti, stigmatizza l’accaduto, archivia il caso.
Dall’avviso di garanzia che avverte, appunto, l’indagato che sono in corso accertamenti investigativi, all’archiviazione o al rinvio a processo, possono passare anche alcuni anni. Nel frattempo Tizio o Caio sono triturati nella macelleria mediatica, spesso additati al pubblico ludibrio, guardati da una certa opinione pubblica influenzata dai giustizialisti a contratto permanente ed effettivo come reprobi già condannati dal tribunale del popolo, prima ancora che da quello vero e proprio. Quest’ultimo, anzi, nella maggior parte dei casi di Tizio e Caio in anni recenti, quasi sempre assolvono i malcapitati ( e un po’ sfigati) ex indagati.
Scorrere le rassegne stampa e riascoltare “Stampa e regime di Radio radicale” degli ultimi dieci anni, per constatare quanto sopra affermato. Ma, per fortuna, c’è sempre una virtuosa eccezione, un caso esemplare di corretto comportamento, istituzionale, giudiziario e mediatico, che ci fa dire con gioia: “Suvvia c’è speranza in questo nostro Paese!”. Finalmente un trattamento, a norma di legge, come è scritto nei codici, e come dovrebbe essere in un Paese civile, da parte di una Procura.
Ma chi saranno mai Tizio e Caio?

mercoledì 27 ottobre 2010

Sinistra di lotta? No, di latta - // - Sinistra di programmi? No, di nulla

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In questi giorni al cinema si può assistere ad una singolare pubblicità: uomini e donne che si arrotolano le maniche finché compare Pier Luigi Bersani, anche lui in arrotolamento, che annuncia: “Sia chiara una cosa, noi non siamo un partito di opposizione. Siamo un partito di governo temporaneamente all’opposizione”. Insomma: un reality show. Con quel “temporaneamente” il Pd pensa di rilanciare se stesso e magari mettere una pezza alla mancanza di programmi e di leader che possano attuarli. Basta una spot.
Sognare non costa nulla e dunque si può anche capire che il Partito democratico si dichiari “di governo”, benché temporaneamente all’opposizione. Ma il reality prosegue con l’altra anima della sinistra, quella sempre più incarnata da Nichi Vendola. Stavolta niente spot, ma tribune congressuali in piena regola. Da Firenze il governatore della Puglia ha concluso la due giorni di Sinistra e Libertà intonando Bella Ciao e indicando come programma economico e politico la linea della Fiom.
Vale la pena di tornare sull’exploit di Vendola, per segnalarne la progressiva trasmutazione. Il presidente pugliese ha sempre avuto dalla sua un tratto umano non antipatico, né antipatizzante come altri capi della sinistra. Non è Di Pietro, ovviamente. Però lo sfidare i pregiudizi (alla vigilia del congresso) non può occultare la deriva politica alla quale il governatore della Puglia si sta sempre più abbandonando.
Da fondatore di una sinistra per così dire “moderna”, quella che avrebbe dovuto tener conto della tradizione socialista, verde e lasciar perdere le ruggini di Rifondazione e dintorni, oltre all’antiberlusconismo pregiudiziale, Vendola sembra decisamente tornare al punto di partenza, al richiamo della foresta. Insomma, all’unità di tutte le sinistre, vecchi arnesi rifondazionisti compresi, fino alle ali più estreme. Il richiamo alla Fiom è sotto questo aspetto indicativo.
Ancora di più quando nelle stesse ore giungono le parole di Sergio Marchionne, che saranno sì ruvide e scomode, ma meritano da parte della classe politica un approfondimento che vada un po’ al di là delle battute e degli slogan. Se non altro perché l’amministratore delegato della Fiat ha lui la facoltà di decisione su ventimila posti di lavoro, e sul destino di un intero e strategico settore industriale; non certo qualche politico della domenica. Neppure di area moderata.
Ma torniamo alla sinistra. Sempre nelle stesse ore, Massimo D’Alema ha a sua volta esibito un’altra delle sue numerosissime mutazioni genetiche e di linea, proponendo un governo che, senza passare alle elezioni (perché la sinistra perderebbe) “si occupasse della legge elettorale e di tutte le emergenze”. Con quale programma? Con quello della Fiom, con quello delle lacrime rimboccate? Mistero, D’Alema, tanto per cambiare, non lo dice. Anche lui si è calato nel reality show.
Andiamo avanti. Per Di Pietro, le parole di Marchionne “sono indegne e offensive”. E con questo l’ex pm in servizio permanente effettivo fa un altro passo avanti nella sua linea che non è più solo forcaiola, ma anche di difensore di tutte le battaglie economiche e sindacali più perdenti ed inverosimili. L’habitat naturale di Di Pietro ormai non è più il Parlamento, l’Europa, la politica di un paese occidentale: è Anno Zero. Bersani, srotolatosi le maniche, non lo segue  – è l’alleanza strategica con l’Idv? – ma non si tiene e la spara a caso: “A Marchionne dico che non siamo in Cina, siamo in Europa e non vogliamo diventare cinesi!”. Che cosa avrà voluto dire? Mistero, lo sa solo lui. Poi, tanto per non farsi mancare nulla, il segretario (temporaneamente) del primo partito di opposizione aggiunge: “Il governo intervenga”.
Più che invocare un intervento del governo - che comunque ha già in programma un incontro ad alto livello con Marchionne - Bersani dovrebbe intervenire lui sul suo partito. Per chiarire e chiarirsi un po’ le idee. Secondo Sergio Chiamparino, che è un sindaco del Pd, quelli della Fiat “sono dati incontestabili”. Mentre la corrente di Enrico Letta, che fino a prova contraria è il numero due di Bersani, invita “a non guardare il dito ma la luna”. Cioè alla questione della politica industriale in Italia, in un momento come questo non solo per la crisi ma per la competizione sempre più acuta dei paesi emergenti.
Questione che non riguarda solo l’Italia, ma la Francia, la Germania, gli Usa. Ecco: abbiamo scelto un solo terreno, benché di assoluta importanza come l’industria e il lavoro, ed il patchwork di dichiarazioni e di idee confuse e contraddittorie, di slogan un tanto al chilo, che sono venuti dall’opposizione basta e avanza. Come dice D’Alema, non c’è dubbio che l’industria sia “un’emergenza”, non solo italiana appunto ma europea. E come si muoverebbe la sinistra se in questo momento fosse al governo? Con la piattaforma della Fiom? Dichiarando guerra alla Cina? Promuovendo scioperi contro i vari Marchionne? Riarrotolandosi le maniche della camicia?
E’ solo un esempio, uno fra molti. Perché i problemi da affrontare sono parecchi – dalle infrastrutture come la Tav alla questione dei rifiuti, fino alle tasse e al lavoro – però la sinistra non ha un’idea che sia una, e quando ce l’ha, litiga con se stessa. Immaginiamo se, anziché “temporaneamente all’opposizione”, si trovasse al governo. Altro che la Fiat: avremmo gran parte dell’industria italiana in fuga dal Paese. E altro che Terzigno: avremmo città e regioni sommerse dai rifiuti, come ha brillantemente dimostrato il governo Prodi nella sua lungimirante risposta all’ “emergenza” (citiamo D’Alema) di Napoli. Per fortuna che un governo c’è, e non è il loro. E che all’opposizione ci stia la sinistra, e non “temporaneamente”.
Governare, lavorare, affrontare davvero le emergenze (non a chiacchiere come fa da anni D’Alema) costa fatica, e spesso il rischio dell’impopolarità. La sinistra resti nello show, è meglio per tutti, e anche per i Bersani, per i D’Alema, per i Vendola, per non dire i Di Pietro, che in quello show ci sta da anni.
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Due sono gli incubi chiari ed evidenti di Pierluigi Bersani, che ha appena festeggiato il primo anniversario della sua ascesa alla segreteria del Partito democratico.
Il primo si chiama Nichi Vendola, che sconfisse in Puglia le truppe disciplinate di D’Alema e conquistò la nomination alla presidenza della Regione. Che poi l’abbia vinta per suoi meriti o perché il centrodestra restò spaccato, è altra questione. Conta chi vince. E poi Vendola attinge al Vangelo e a Pasolini, cosa che non è consentita a Bersani. Ma il segretario adesso ha una opportunità: candidare Piero Fassino a sindaco di Bologna dopo il ritiro forzato di Cevenini. Solo che a Fassino, che pure cerca un ruolo, il precedente di Cofferati non entusiasma affatto.
Il secondo incubo è quello “scavezzacollo” di Matteo Renzi, sindaco di Firenze, che ha lanciato una sfida non solo ai settantenni, ma anche ai cinquantenni e quasi sessantenni: rottamarli. La data simbolo è il 5 novembre, quando proprio a Firenze si riunirà una specie di convenzione dei “giovani” per mettere sotto accusa tutta una classe dirigente che va da D’Alema a Veltroni, dallo stesso Bersani alla Finocchiaro. La cosa non piace al segretario del Pd, ma forse è l’unica iniziativa in grado di fermare il ciclone Vendola, che per la verità è ancora più mediatico che politico se, stando all’ultimo sondaggio, il partito del presidente della Puglia è stazionario al 4,4% in termini di intenzioni di voto.
A questi due incubi, che si svolgono alla luce del sole, se ne affianca un terzo con il profilo di D’Alema, che dialoga con tutti e ha un solo obiettivo: formare un’alleanza – provvisoria come tutte quelle finora escogitate dall’ex presidente della Bicamerale – per abbattere il governo Berlusconi. Poiché D’Alema è il vero erede del tatticismo togliattiano, Bersani sa bene di essere candidato al sacrificio appena questo si renderà necessario per realizzare un progetto dalemiano.
A tutto questo, il segretario pro-tempore del Pd risponde con un “rimbocchiamoci le maniche”, tema dell’ultimo convegno cui ha partecipato, ma anche “logo” visivo prescelto. Nonostante l’autunno avanzi, Bersani si presenta in camicia e con la maniche rimboccate. Immagine operistica e da vecchia “Festa dell’Unità” che non convince più nemmeno gli iscritti alla Fiom, che si sentono più protetti da Vendola. Aspettando che qualche partito di centro o di destra venga a dare una mano al Pd.

martedì 26 ottobre 2010

Il ribaltone, che idea! - // - L'ammucchiata, che fallimento!

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Qualcuno sta lavorando al ribaltone e sono gli stessi che parlano sempre meno del governo tecnico perché, finora, hanno temuto la reazione della piazza rispetto ad una manovra di palazzo che ha il sapore e le caratteristiche di un piccolo golpe! Dove sta il trucco? Nel preparare l’Italia e gli italiani anche quelli che hanno convintamente votato per noi, al “grande imbroglio” costruendo giorno dopo giorno una situazione di “emergenza nazionale” dove, ai fatti e alle misure del governo votato democraticamente, si contrappongono le bugie e le mistificazioni dell’opposizione.
Il concerto prevede, come e più di sempre, il concorso di giornali e tv e punta non tanto sulla forza numerica e sulla insufficiente credibilità dell’opposizione parlamentare, quanto sui sentimenti e sulla contrapposizione a Silvio Berlusconi, al sistema bipolare da lui perseguito e raggiunto, alle Riforme costruite (come il federalismo) per una Italia nuova e diversa.
Non si guarda più al governo che lavora e agli impegni che l’Europa ci impone, ma si trasforma tutto in emergenza: dai rifiuti della Campania agli strali di Marchionne sui costi della Fiat, dalle polemiche sul Lodo Alfano dove ognuno recita a soggetto, alla scoperta del Corriere della Sera che la Tav procede a rilento come il ponte sullo stretto senza dire per colpa di chi… E ancora: dai finti piagnistei sulle difficoltà a reperire fondi per l’Università e la ricerca agli strepiti assordanti per i mancati compensi ai Saviano e ai Benigni già pronti a demolire, in nome della Kultura, il mostro di Arcore.
Ma questa è soltanto la buccia, la superficie, le gocce di un veleno che s’inietta sera dopo sera nei telespettatori distratti dal delitto di Sarah e in realtà “drogati” dalla propaganda a senso unico e a reti unificate. Che ha – ecco il punto – produttori, registi ed attori riconoscibili, che battono la scena del solito Teatrino della politica e ripropongono guarda caso un copione vecchio di 15 anni, quello del 1995. Allora non ci fu un convegno ad Asolo e Buttiglione non rilasciò l’intervista che oggi riempie l’Unità aprendo al terzo polo e al salvifico governo di emergenza con dentro tutti tranne i vincitori delle elezioni! Nel ’95 ci fu un più modesto e pittoresco pranzo a Gallipoli con il “professore” di Casini e l’eterno post-comunista D’Alema, propedeutico al ribaltone che portò al governo Dini.
Quindici anni passati invano a leggere le cronache odierne che descrivono non ciò che è, ma ciò che vorrebbero tutti i ribaltonisti vecchi e nuovi, con la scusa di una nuova legge elettorale che seppellisca la maggioranza democratica e il bipolarismo, riportando indietro le lancette della storia.
Da più parti si è detto che non c’è più Scalfaro e che, per fortuna, la Lega di oggi ha acquisito una raffinatezza politica allora impensabile. Sarà vero ma tacere o fingere che nulla accade mentre si comincia ad attaccare Tremonti sulla rete pubblica e si punta ad indebolire il rapporto tra il Presidente del Consiglio e il miglior partito alleato diventa un errore se non una colpa. Le prove di autolesionismo e gli eccessi di mediazione e di pazienza pagano in politica solo quando si evita il martirio.
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D'Alema in un'intervista a Il Sole 24 Ore ha sentenziato che il berlusconismo è stato un fallimento storico (un giorno bisognerà anche fare un bilancio del dalemismo, e allora ne vedremo delle belle), e che se fossimo in un Paese normale bisognerebbe "senza alcun dubbio guardare avanti e dar vita a un nuovo governo. Auspico un governo con la più ampia base parlamentare possibile. Un governo che avrebbe il compito di rifare la legge elettorale, ma anche di affrontare le più acute emergenze del paese con gli interventi necessari a uscire dalla crisi". A parte che in tutti i Paesi normali quando c'è una crisi politica della maggioranza si scioglie il Parlamento e si va alle elezioni, D'Alema in questo passo dell'intervista ha svelato quali sono le vere intenzioni dei cospiratori: non più e non solo un governo di due-tre mesi per cambiare la legge elettorale, ma addirittura un esecutivo che si ponga l'obiettivo di far uscire il Paese dalla crisi economica.
Un improponibile governo di legislatura, insomma, un governo degli sconfitti che sarebbe un autentico insulto alla democrazia. Ma questo è il pensiero dalemiano, che pensiamo non possa trovare sponde nel centrodestra, perché se così fosse si appaleserebbe un tradimento che trascinerebbe l'Italia nel baratro di un avventurismo irresponsabile. Anche perché il Pd sente l'odore del sangue e sembra sempre più tentato dalla scorciatoia giudiziaria per eliminare Berlusconi.
Non è certo un caso se il segretario del Pd Bersani ieri ha invitato il premier a ritirare il Lodo Alfano, il processo breve e il legittimo impedimento, per consegnarlo alla magistratura politicizzata, aggiungendo beffardamente che questo gesto "storico" introdurrebbe un elemento di rasserenamento, "anche se non di pacificazione" nella politica italiana. Già, perché l'unica pacificazione possibile per la sinistra italiana si concretizzerebbe con la scomparsa politica di Berlusconi. Cosa che gli italiani non vogliono, e finché la sovranità resterà in mano al popolo questo desiderio non sarà dunque esaudito.
Ma per avere un'idea di cosa capiterebbe all'Italia se la sinistra prendesse in qualche modo il potere, basta dare uno sguardo al congresso di Sinistra e Libertà che si è concluso ieri a Firenze, dove Vendola ha intonato "Bella ciao", ha evocato il credo marxista e la fine del capitalismo e ha posto come base della sua piattaforma di governo la protesta in piazza della Fiom.
Vendola ha detto che bisogna interloquire con tutti, comprese le partite Iva e il centro, senza barricarsi nella logica dei veti e delle interdizioni, ma tornando anche a parlare con Ferrero e Diliberto, ossia gli ultimi epigoni del vetero-marxismo. La solita ammucchiata antiberlusconiana senza senso e senza futuro.

sabato 23 ottobre 2010

Europa: traballano le leadership. In Italia Berlusconi è bene in sella

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Parigi brucia, Londra varerà due portaerei senza aerei e Berlino, che pure sta abbastanza bene, si ribella alla cancelliera colpevole di eccessiva bontà nei confronti di Parigi. Noi abbiamo i ribelli di Terzigno per via di una discarica, e non è certo un bel vedere. Ma l’Italia tiene, il suo governo è saldo (e se si rivotasse ora, vincerebbe di nuovo Silvio Berlusconi), ed i sacrifici imposti al Paese dalla crisi finanziaria non sono lontanamente paragonabili a quelli della Francia, dell’Inghilterra, della Germania. Per non parlare di Spagna e Grecia, o Irlanda.
Se guardiamo fuori Europa, il 2 novembre Barack Obama rischia seriamente di perdere la maggioranza al Congresso nelle elezioni di metà mandato. Due anni fa era considerato la speranza del mondo ed il risanatore anche morale di un’America che aveva generato la crisi finanziaria e ogni sorta di porcherie di Wall Street. Oggi viene accusato di non avere una strategia né sulla crisi né sulla politica estera, a cominciare dall’Afghanistan. I suoi ministri e consiglieri economici, infatti, cambiano a ritmi appena superiori dei suoi generali. Adesso per salvare Barack deve scendere in campo Michelle. Ma i democratici rimpiangono Hillary Clinton, ed i repubblicani sono sempre più attratti dal movimento antitasse del Tea Party.
Torniamo all’Europa.
In Inghilterra la manovra messa in campo dal governo conservatore-liberale di James Cameron ammonta a 94 miliardi di euro in quattro anni. I tagli toccheranno tutta la vita pubblica, dalle pensioni alla difesa, e produrranno – per dichiarazioni dello stesso governo – oltre 500 mila disoccupati tra i soli dipendenti dello Stato. Gli inglesi dovranno tirare la cinghia come ai tempi di Churchill (solo che allora c’era la guerra), o come negli anni Cinquanta. Si arriva al paradosso di confermare il varo di due portaerei, ma senza aerei, ed una si cercherà di venderla appena possibile. Se fosse accaduto da noi avremmo avuto chissà quale scandalo.
In Francia le città sono invase da manifestanti che incendiano le auto, bloccano i depositi di carburante, picchettano aeroporti e stazioni. Qui, oltre che contro i tagli di bilancio (non ancora del tutto quantificati, ma circa doppi rispetto ai 24 miliardi dell’Italia) si protesta contro la riforma delle pensioni, che innalza da 60 a 62 anni l’età per andare a casa. Questa riforma l’Italia l’ha già fatta, agganciando l’età di pensionamento alla durata della vita e parificando uomini e donne nel pubblico impiego, e non c’è stata alcuna rivolta. Oggi, sotto questo governo, abbiamo il sistema previdenziale più stabile d’Europa. In Francia, da un recente sondaggio risulta che il 71 per cento della popolazione, in ogni fascia sociale, è a favore di scioperi e manifestazioni.
Perfino i tedeschi contestano la Merkel, rea di concedere troppo ai suoi partner europei. La Germania ha i conti più in ordine e soprattutto l’economia più forte d’Europa, un surplus commerciale invidiabile, ma il malessere sociale e politico dilaga. Il suo banchiere centrale, Axel Weber, che è anche candidato alla presidenza della Bce, attacca senza peli sulla lingua la cancelleria. Alla base di tutto ci sono le misure di austerità ma anche gli aiuti ai Paesi europei a rischio, Grecia in testa. I tedeschi insomma sembrano chiudersi nella loro torre, nel loro isolamento e nella loro forza, e rimpiangono i tempi del marco. Non accettano più gli immigrati e la Merkel ha dovuto sconfessare il modello multietnico che pure ha fatto comodo alle aziende di Stoccarda e Wolfsburg: anche in questo caso, se fatti del genere avessero riguardato il nostro governo avremmo in campo la sinistra, la Chiesa, l’Ue e l’Onu (che però a Berlino non dicono nulla).
In Spagna, Zapatero continua a cambiare ministri e ministre. Il rimpasto dell’altro ieri segue quello di alcuni mesi fa. Nel solo 2011 dovrà inoltre tagliare le spese dei ministeri del 15 per cento – a proposito di “tagli lineari” alla Tremonti – e ridurre il disavanzo di oltre tre punti di Pil. Cioè di oltre 30 miliardi di euro in un anno. Con tutto ciò, a fine 2011 Madrid sarà ancora alle prese con un deficit del 6 per cento, e dunque i sacrifici si protrarranno per tutto il 2012 e 2013.
Questo panorama ci dà la misura sia della complessità della crisi europea e mondiale, sia della gravità della situazione in cui si trovano, a paragone con l’Italia, Paesi che fino a ieri – e talvolta dai più distratti perfino oggi – vengono citati a modello. Ma perché tutto ciò è accaduto? Il dato più evidente è che negli anni pre-crisi i modelli economici di molti di questi Paesi hanno puntato tutto sulla finanza. In particolare negli Usa, in Spagna, in Inghilterra. E dopo, quando la crisi è esplosa, i soldi dei contribuenti sono stati gettati a piene mani nei bilanci bancari: e questo si è verificato anche in Francia e Germania. Da qui, in sostanza, la ribellione sociale.
Tutto ciò ha sfiorato, ma non ha toccato l’Italia. I tagli del governo, che pure ci sono stati, non hanno compensato salvataggi bancari. Le pensioni e le retribuzioni sono rimaste intatte. Si sono tagliate spese non più sostenibili, ma si sono anche impostate riforme nel segno dello sviluppo, dalla scuola al fisco.
Il risultato è che traballano le leadership di Obama, Zapatero, Sarkozy, perfino della Merkel. Gordon Brown, in Inghilterra, ci ha da poco rimesso il governo, e Cameron ha addosso i fucili spianati dell’opinione pubblica. Qui in Italia non traballa affatto la leadership di Berlusconi, né del governo. Il Paese regge, e mai come ora questo concetto appare importante guardando oltre confine.

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Michele Moceri
Coordinatore